«Il pudore è quel sentimento che difende l'individuo dall'angoscia di naufragare nella genericità animale e, rinunciando a se stesso, percepirsi come semplice funzionario della specie. Non è quindi vero che il pudore limita la sessualità, il pudore la individua, sottraendola a quella genericità in cui si celebra il piacere nel misconoscimento dell'individuo. Per questo c'è un rifiuto a concedersi sessualmente finché l'amore non è certo e provato. E questo soprattutto nella donna, in cui il legame con il corpo e con la pulsione riproduttiva è più forte di quanto non lo sia nell'uomo. E quindi più incerto il confine del riconoscimento di sé come quella certa individualità da non confondere con le altre. Il pudore allora non è una faccenda di vesti, sottovesti o intimo abbigliamento, ma una sorta di vigilanza dove si decide il grado di apertura e di chiusura verso l'altro. Si può infatti essere nudi senza nulla concedere, senza aprire all'altro neppure una fessura della propria anima. La nudità del nostro corpo non dice ancora nulla sulla nostra disponibilità all'altro. Siccome agli altri siamo irrimediabilmente esposti e dallo sguardo degli altri irrimediabilmente oggettivati, il pudore è un tentativo di mantenere la propria soggettività, in modo da essere segretamente se stessi in presenza degli altri. E qui l'intimità si coniuga con la discrezione, nel senso che se «essere in intimità con un altro» significa «essere irrimediabilmente nelle mani dell'altro», nell'intimità occorre essere discreti e non svelare per intero il proprio intimo, affinché non si dissolva quel mistero che, interamente svelato, estingue non solo la fonte della fascinazione, ma anche il recinto della nostra identità che a quel punto non è più disponibile neppure per noi».
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