«La fotografia in bianco e nero sta nel palmo della mano. Ha i bordi dentellati come quelli di una piccola pasta secca. È stata scattata nel 1954. Ho dunque tre anni. Porto un pagliaccetto con un elastico che mi dà fastidio e lo tiro per allentarlo. Con la mano sinistra tengo la mano di mio padre. Indossa una camicia estiva e dei bermuda lunghi. Siamo su una strada di campagna. I nostri sguardi si spingono in lontananza nella stessa direzione e i nostri visi, fra l'incuriosito e il preoccupato, non cercano di piacere a nessuno. Quando ho mostrato quest'immagine a mia madre, ha esclamato: «In quegli anni eri sempre con tuo padre, non lo lasciavi mai».

Ho pensato, senza dirglielo, che era ancora così e che ci voleva ben altro che la morte per dissigillare quelle due mani richiuse con calma una sull'altra. Certo, c'è qualcosa di decisamente diverso e se oggi si potesse fare una foto, con una pellicola sufficientemente sensibile da rimanere impressionata dall'invisibile, essa mostrerebbe le stesse persone che si tengono per la mano, ma con la statura cambiata: attualmente sono l'uomo maturo che lì era mio padre e lui ha l'età che ci dà la morte quando ci irradia con la sua innocenza, in qualunque momento compaia: due o tre anni, poco più o forse meno».



Christian Bobin, Resuscitare, 29