Ci sentiamo presto

di Massimo Gramellini

Passeggiando fra gli stand della Fiera del Libro, così come in qualunque altra festa, convegno o luogo di convivenza forzosa fra simili, ogni dieci passi ci si imbatte in una persona che non vedi e non senti da molto tempo. Ci si saluta con estrema cordialità, ma anche con una certa fretta, perché dieci passi più indietro già si profila un'altra persona da salutare.

L'incontro si riduce a una stretta di mani logorate dall'uso o a uno scambio di baci al vento (se per sbaglio qualcuno centra la guancia dell'altro viene guardato con sospetto, come se fosse portatore di qualche peste miracolosamente sfuggita al terrorismo dei media). La conclusione dello struscio, invece, è sempre la stessa: ci sentiamo presto, dice uno. E l'altro, di rimando: hai il mio nuovo cellulare? Segue la ricerca di una biro e di un posto dove scrivere il numero, di solito il bordo del programma, almeno fino a esaurimento dei bordi. Salvo scoprire che il numero è sempre lo stesso, come la scarsa volontà-necessità di sentirsi.

Eppure quel «ci sentiamo presto» rimbomba di continuo sotto le volte del Lingotto, così come in ogni altra festa, convegno e luogo di convivenza forzosa fra simili. Non è solo una piccola menzogna dettata dall'ipocrisia. Piuttosto è un modo di esorcizzare la morte. I distacchi sembrano sempre addii, ne sa qualcosa chi trascina all'infinito una storia d'amore pur di non dover sopportare il trauma dello strappo. Perfino durante le cerimonie apparentemente innocue dei saluti, le persone cercano rassicurazioni sull'immortalità. A proposito: ci sentiamo presto.