L'italiano ai tempi degli sms


di Antonio D'Orrico


Vent'anni fa la minaccia erano il burocratese odiato da Italo Calvino e l'anglitaliano che storpiava tutto. Ora l'allarme è più sottile: scrittori che inseguono il parlato e un dialogo fatto di consonanti, in formato telefonino


Se permettete inizio questa inchiesta sulla lingua italiana 2008 (come sta e dove va) dal mio nuovo telefonino che, quando suona la sveglia, mi propone due alternative: “Stop” o “Posponi”. La prima volta sono rimasto confuso o, come direbbe il commissario Montalbano (mia massima autorità linguistica), imparpagliato. “Posponi”? Poi ho capito che si trattava della seconda persona singolare del presente indicativo di posporre (mettere dopo, differire, posticipare): io pospongo, tu posponi, egli pospone... In redazione, facendomi le raccomandazioni di rito prima di cominciare l'inchiesta, mi avevano detto: «Stai attento ai telefonini, agli sms, è lì che sta nascendo l'italiano del futuro, è lì che scoprirai qualcosa di nuovo». E, invece, il “posponi” del mio telefonino mi ha riportato al passato, a vent'anni fa esatti quando, facendo un'altra inchiesta sulla lingua italiana, avevo scoperto che l'italiano correva due pericoli. Il primo era il burocratese, la lingua con cui lo Stato (o chi ne fa le veci) si rivolge ai cittadini. Il burocratese per me era simboleggiato da un cartello che avevo letto alla stazione di Firenze: “Questo sportello rimane impresenziato dalle 13 alle 15”. Ma non era più semplice dire che lo sportello rimaneva chiuso? No, il burocratese si spezza ma non si spiega. Aggiungo, anche se non c'entra nulla (apparentemente), che lo sportello in questione era risultato impresenziato anche a mezzogiorno e mezza. Il secondo pericolo per l'italiano del 1988 era racchiuso nelle due parole dell'insegna di un ottico milanese (“Occhial House”) e sintetizzava maccheronicamente il difficile rapporto con l'inglese. Vuoi vedere che, tra “posponi” e “Occhial House” (vent'anni dopo, l'insegna lampeggia ancora su viale Abruzzi a Milano), i problemi dell'italiano sono rimasti gli stessi di allora?


E il burocratese non muore


Ho sottoposto (e non posposto) i miei timori a due tra le massime autorità della linguistica italiana: i professori Gianluigi Beccaria e Luca Serianni. Beccaria, «il professore di italiano che tutti avremmo voluto avere», come dice Aldo Grasso, ha appena ripubblicato da Garzanti il suo indispensabile «Per difesa e per amore (La lingua italiana oggi)». Per quanto riguarda il burocratese il professore scuote la testa. La battaglia contro l'antiligua, così chiamava il burocratese Italo Calvino, è difficile da vincere. Il burocratese avanza. Conoscete qualcosa di meno burocratico della cioccolata? Bene, anche lei è stata colonizzata dall'antilingua. Il professore racconta di Gobino, il negozio di cioccolatini («il migliore che ci sia») vicino a casa sua a Torino: «Sembra di entrare in gioielleria, il negozio è di gran gusto, e mentre sei lì che aspetti e ammiri, e ti pare di essere in un altro mondo, vedi che, appiccicato al vetro del bancone, c'è scritto: “per chi vuol conoscere l'ingredientistica”. Ingredientistica?». Il professore è uscito di corsa dal negozio ma l'incubo non è finito. Perché, girato l'angolo, si è imbattuto in un distributore di sacchetti per “deiezioni canine”, poi in una “Scarpoteca”, quindi in una “Frullateria” e infine in un bar che reclamizzava: “Si effettuano panini”.



E la sindrome Occhial House come procede? Qui il peggioramento è netto. Ormai tutto si pronuncia all'inglese. Il catalogo, raccolto negli anni dal professore, è esilarante (e un po' preoccupante). Troviamo steig per il francese stage, Thomas Men, per il tedesco Thomas Mann (e Walter Bengiamin, per Walter Benjamin, Bitoven per Beethoven), absaid per abside (di una chiesa), sain dai per sine die. Tutto ascoltato in tramissioni radiotelevisive e, purtroppo, anche in aule universitarie. Dice Beccaria: «Ogni manager o persona in carriera usa anglismi a gogò perché altrimenti potrebbe essere tacciato di scarsa professionalità. E anglismi snobistici e inutili si usano spesso coi sottoposti, fanno più professional». Il professor Luca Serianni sta lavorando con la società Dante Alighieri a un progetto ambizioso: un museo della lingua italiana. (