I fondamenti (per farlo) si trovano nella tradizione della dottrina sociale cristiana; basta risvegliarli dal loro sonno di bella addormentata nel bosco e applicarsi con decisione a tradurli in pratica. Questa dottrina sociale della Chiesa ha assunto a lungo nei riguardi del capitalismo, impressionata dai suoi indiscutibili successi, un atteggiamento piuttosto difensivo e lo ha criticato su punti specifici invece di metterlo in discussione in quanto tale. L'attuale evidente crollo del capitalismo a causa della sua espansione illimitata e quasi sregolata può, e dovrebbe, permetterle una sua radicale contestazione.

Per questo il magistero sociale può richiamarsi nientemeno che al papa Giovanni Paolo II, il critico più lucido ed energico del capitalismo dopo Karl Marx. Già nella sua prima enciclica egli ha intrapreso una valutazione del sistema in quanto tale, delle strutture e dei meccanismi che, nel campo delle finanze e del valore del denaro, della produzione e del commercio, dominano l'economia mondiale; a suo avviso, essi si sono dimostrati incapaci di rispondere alle sfide e alle esigenze etiche del nostro tempo.

L'uomo «non può diventare schiavo delle cose, schiavo dei sistemi economici, schiavo della produzione, schiavo dei suoi propri prodotti». Ma il nuovo orientamento solidaristico e la trasformazione di un esteso sistema d'azione economico che, come abbiamo mostrato, non tiene conto della natura e della vocazione dell'uomo, e anzi le contraddice, non avviene da sé. Richiede un potere statale in grado di agire e decidere, che oltrepassi la mera funzione di garanzia dello sviluppo del sistema economico e di accertamento del parallelogramma delle forze, ma assuma efficacemente la responsabilità del bene comune mediante la limitazione, l'orientamento e anche il rifiuto del perseguimento del potere economico, cercando continuamente di ridurre al tempo stesso le disuguaglianze sociali. È impossibile realizzare una tale trasformazione con semplici interventi di coordinamento. Ma dove si trova oggi una tale statualità? Di fronte all'intreccio economico mondiale la forza dello stato nazionale non è più sufficiente; sarà sempre sconfitta dalle forze economiche che operano a livello mondiale. D'altra parte, è impossibile organizzare una statualità a livello mondiale, sotto forma di stato planetario; lo si può fare solo per e in aree limitate, che sono in relazione fra loro e collaborano. L'appello è rivolto quindi anzitutto all'Europa. Ma essa avrà la volontà e la forza per farlo?