La sconvolgente morte di Stefano

Non solo botte: è il silenzio che uccide. Noi non taceremo

di Giuseppe Anzani

La parola 'omicidio' che un pubblico ministero ha scritto sulla copertina del suo fascicolo di indagini sulla morte di Stefano Cucchi, mentre rinfocola l'orrore e il dolore per l'ipotesi atroce, sembra per paradosso sollevarci per un attimo dall'incubo. E' un incubo infatti, un incubo di civiltà, la tragedia incredibile di un ragazzo preso vivo nella maglia della legge e uscito morto sei giorni dopo. Se qualcuno lo ha ammazzato, vorrebbe dire almeno che il male, il guasto, ha fisionomia circoscritta, è la 'mela marcia'. E inoltre, 'preterintenzionale' vuol dite che la mela marcia non voleva neanche uccidere, solo picchiare. Se è tutta colpa della mela marcia, il canestro è salvo.

Il canestro sono le istituzioni, il canestro è il sistema. Il sistema della sicurezza e della repressione, il sistema del giudizio e delle carceri, il sistema sanitario-terapeutico e in ultima sintesi il sistema 'umano' di una civiltà che tien sacra oppure spregia la dignità della vita. Se la morte di Stefano non è colpa di nien­te e di nessuno, se è una morte che è capitata così, fatalmente, e potrebbe capitare a chiunque (una faccia spaccata, una schiena spezzata), allora forse il guasto ha contagiato i canestri. Allora c'è bisogno di una più profonda revisione collettiva dei nostri standard mentali sul rispetto dell'uomo e della vita. Perché quando un uomo è arrestato, cioè quando il corpo dell'uomo è 'preso' dal potere dello Stato, per una ragione legittima, quel corpo va tenuto al sicuro da ogni aggressione, da ogni minaccia, da ogni pericolo, e lo Stato deve rispondere, in presa diretta, di ogni lesione.

Il rispetto dei diritti umani esigerà adesso almeno la messa in sicurezza delle scale da cui periodicamente cadono gli arrestati con gli occhi pesti? Andiamo, c'è un pudore-limite anche per le ipocrisie. Gli occhi pesti non devono esistere, e se esistono lo Stato ha già fallito comunque, perché ha messo mani su un uomo che dalle sue mani è uscito straziato, e ne ha dunque colpa immanente e oggettiva. La messa in sicurezza riguarda invece la civiltà. Riguarda la coscienza di tutti quelli che sanno, che vengono a sapere perché assi­stono, che assistono e non si ribellano.

E poi, tragedia nella tragedia, la sanità. La sanità che può monitorare il tutto, in caserma, in tribunale, in carcere, in pronto soccorso, in ospedale. E lo fa stavolta, e però totalizza per frutto solo la descrizione finale della morte. C'è nell'epilogo, per giunta, l'annotazione inquietante del rifiuto di cibo e acqua di quel ragazzo disperato e morente. Forse diranno di aver rispettato il diritto al rifiuto, forse nessuno penserà ai risvolti disperati di una solitudine che ha invocato soccorso e ha ricevuto catene. Forse diranno che lui s'è fatto morire. Ma è la genesi del pensiero di morte che ci toglie il respiro. Nei giorni che Stefano moriva, i medici avrebbero potuto e dovuto informare la famiglia e frattanto salvare la vita. Ma i genitori erano respinti alle porte, senza avere notizie, e se questo è vero è un altro crimine disumano.

Forse Stefano non è morto solo per le botte. Ma sicuramente Stefano è morto per 'tutto' quello che è successo, le botte, la caserma, il carcere, gli ospedali. Morto per l'assenza di una relazione 'umana' sufficiente alla vita, quando le esigenze della legge più repressiva, anche nei casi più gravi ed estremi, dicono pur sempre umanità. Se la morte di Stefano è una disperazione traboccata, essa grida una invocazione rifiutata, è la desolazione interiore arresa al silenzio crudele di chi esclude. E' il silenzio che uccide, noi non taceremo.

Avvenire, editoriale, 01.11.09