Non riesco a trovare le parole per esprimere il disagio e il senso di ripulsa di fronte a parole come queste, ma soprattutto non riesco ad accettare questo stile. Mi tornano alla mente parole della Scrittura (come il salmo 54,22), considerandole come espressioni letterarie che manifestano ciò che provo, più che come "spada biblica" da sguainare nella polemica. E mi ritengo libero di dire la mia, anche se un domani dovessi bussare alle porte di quelle strutture ospedaliere: almeno non sarò nell'elenco dei "grandi personaggi" citati. Mi resta un'amara speranza: se un prete può esprimersi così nei riguardi di una parte politica e di un modo di pensare la vita oggi imperante, mi auguro sia concessa la stessa libertà a chi non sostiene quella parte. E a chi non ha la stessa preponderante forza economica.


don Chisciotte



Corriere della Sera di venerdì 6 novembre 2009, pagina 12

Intervista a Luigi Verzé

Don Verzé: il Cavaliere? Un dono di Dio all'Italia

di Cazzullo Aldo

«In questi giorni sono arrabbiato».

Per quale motivo, don Verzé?

«La sentenza europea che vieta il crocifisso è una cosa orrenda. Uno sputo su tutto quel che di grande ha fatto l'Europa. Disconosce le nostre origini. Viola la nostra storia. Mi pare di sentire il corpo di Giovanni Paolo II che si rotola nella cassa. Mi pare di vederlo, ormai consumato, che viene fuori, uno stinco su quell'altro, a impugnare un bastone...».

Che fare?

«Reagire. A Natale, anziché l'albero, erigiamo una croce. Spero lo faccia anche il Santo Padre, in piazza San Pietro. Mi offro di portargliela io: una grande croce di 25 metri».

Nell'attesa del Papa, lei l'altra mattina ha visto Berlusconi.

«Abbiamo rievocato i nostri precedenti incontri. La prima volta ci vedemmo in ospedale, al San Pio X. Erano i primi Anni ‘70, lui era un giovane imprenditore. Ed era malato seriamente. Io gli parlai: Lei guarirà e farà grandi cose. Nel ‘94 al tempo della sua discesa in campo, gli dissi che lui era una benedizione per il Paese, un dono di Dio all'Italia».

E non ha cambiato idea?

«No. Una volta un contestatore mi si è avvicinato, puntandomi il pugno sotto il mento, e mi ha chiesto se la pensavo ancora così su Berlusconi. Gli ho risposto di sì. L'hanno portato via prima che mi colpisse».

Con Berlusconi avete parlato anche degli scandali estivi?

«Certo. Mi ha assicurato che lui non ha fatto quel che dicono. E io gli credo: non l'ha fatto. Ho visto tante cose nella vita, ma mai una vergogna simile. Sono state enfatizzate supposizioni, voci. E se anche se fossero verità, dovremmo vergognarci e tenerle nel cuore. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. E di peccati ne commettiamo tutti. Eppure vedo molti peccatori tirare molte, troppe pietre».

Non sono soltanto voci. Tutto ha avuto inizio con il divorzio chiesto da Veronica Berlusconi.

«Conosco bene anche lei. Non voglio giudicare. Berlusconi è un uomo, non un santo; anche se io in ogni uomo vedo la santità. Gesù non ha detto: siate puri, siate giusti. Ha detto: amatevi l'un l'altro come io ho amato voi. L'Italia è un Paese profondamente cristiano, un Paese meraviglioso, ma sta perdendo il rispetto per se stesso pur di rovistare nella rogna, sta dissacrando e calpestando i suoi valori in un drammatico vuoto di cultura. E il peggio della nostra cultura sono alcuni magistrati».

Che c'entrano i magistrati?

«La giustizia in Italia sembra una spada di Damocle pendente sulla testa di chiunque. Purtroppo alcuni magistrati non hanno il senso della giustizia. Un dubbio per loro è sufficiente per giudicare. E giudicano».

Beh, è il loro mestiere.

«Ma, pur di giudicare, inventano. E quel che mi dice Berlusconi: Don Luigi, lei non ha idea di cosa sono capaci di inventarsi sul mio conto... ».

Lei ha buoni rapporti anche a sinistra. Ad esempio con il presidente della Regione Puglia, Vendola.

- «Un uomo che cerca la verità. La gente giudica dalle apparenze, dall'orecchino. Che mi importa dell'orecchino! Io guardo il meglio dell'uomo. Ne ho parlato con Berlusconi, che ha per Vendola molta simpatia e stima. Qui sta la sua superiorità: cerca le intelligenze, anche nell'opposizione».

Cacciari, sindaco di Venezia, lascia la politica.

«Meglio. Così torna a casa, all'università del San Raffaele. Mi ha detto: Don Luigi, non volevo rifare il sindaco... . Invece rientra da Venezia arricchito. Cacciari è un'intelligenza superiore. Gli ho detto:

Tu Massimo tocchi il cielo con un dito, e un giorno lo bucherai».

Bersani?

«Non lo conosco. Conosco D'Alema, gli ho fatto sapere che prego per lui. Mi ha risposto che ne ha molto bisogno».

Presidente del Pd diventerà forse Rosy Bindi, di cui lei non è grande estimatore.

«Per me la Bindi è stata una disgrazia. Si è comportata in modo cattivissimo, per impedirmi di avere un ospedale a Roma Ma io la amo lo stesso. Se venisse qui ai San Raffaele bisognosa di cure, mi farei in quattro».

Con il cardinal Martini avete scritto un libro.

«Gli ho appena telefonato, per chiedere la sua benedizione.. Lui per me è san Carlo Borromeo vivente, a causa della sua sofferenza Uno dei grandi personaggi che hanno segnato la mia vita e quella di Milano, e andrebbero riscoperto».

Quali personaggi?

«Don Calabria, di cui sono stato segretario. Padre Gemelli, di cui ero il pupillo. Mario Missiroli, che  nel 1959 scrisse un fondo in cui antevedeva il San Raffaele; e non c'era ancora neppure il terreno. Pietro Bucalossi, il mio nemico mortale. Diceva: Se don Verzé farà il suo ospedale, distruggerà tutti i nostri!».

Gli altri personaggi da scoprire?

«Schuster. Antonio Greppi, di cui non parlate mai. Virgilio Ferrari, il padre della metropolitana milanese. Ferdinando innocenti, che assumeva e dava uno stipendio ai ragazzi cerebrolesi. Craxi. Montini: cuore lombardo, mente vaticana, mi ha fatto soffrire, ma mi ha insegnato a essere un prete libero. Fuori da Milano. Andreotti. Ricordo quando gli dissi che volevo fare un ospedale in Sicilia ma temevo la mafia. Mi rispose: la mafia un tempo si poteva controllare, ora non più. Infatti... E poi Fidel Castro».

Castro?

«Grand'uomo. Così prepotente, così simpatico. Mi faceva portare l'olio del mio Veneto e il Recioto. Dieci bottiglie: una la apriva in Consiglio dei ministri, le altre nove le beveva lui. Ore e ore a parlare di tutto. Un carisma che ritrovo solo in Gheddafi».

Gheddafi?

«Ci sono andato prima di tutti, anche di Berlusconi. Serviva il permesso della Cia, e l'ho avuto. Arrivo in Libia passando dalla Tunisia. Appuntamento in un palazzo che pare quello di Serse: marmi, sete dorate; ma lui non c'è. Uomini armati mi portano su una camionetta nel deserto. Lui spunta da una carovana di cammelli. Tutto vestito di bianco, senza le bardature che mette adesso: pareva un profeta. Era terrorizzato dai satelliti americani: mi racconta che sua figlia era morta sotto il bombardamento per proteggere lui. Volevo portare il San Raffaele in Libia, accettò. Ma tutto si fermò subito dopo, quando Gheddafi fu ferito alle gambe in un attentato, ordito da tribù ostili».

Questa non si è mai sentita.

«Infatti non è un episodio conosciuto. Ma è vero. Per fortuna non ci siamo fermati. Oggi il San Raffaele è a Gerusalemme. In Afghanistan. In Iraq, a Ur, dentro la fortezza americana, dove nascerà un centro di ricerca intitolato ad Abramo. In India curiamo i tibetani del Dalai Lama a Daramsala. Siamo in Nigeria e in Uganda, a Kampala, dove è sempre primavera e i malati anziché in corsia preferiscono stare sul prato; la notte piove, ma al mattino il sole è subito caldo. In Colombia abbiamo una nave-ospedale, in Brasile abbiamo appena costruito il nostro sesto centro, che sta sradicando la lebbra nella regione di Barra. E sa chi l'ha pagato? Berlusconi».

Dal San Raffaele viene anche il viceministro Fazio. Non sta facendo un po' di confusione sull'influenza?

«Fazio non è un politico. E' un grande ricercatore. Io faccio fatica quando mi occupo di politica, e Fazio è come me. Ma sull'influenza ha ragione: è più la paura del rischio. L'importante è non sovraffollare gli ospedali».

Perché ha rotto con CL?

«Io non ho rotto. Ho distinto. Sono amico di Formigoni, uomo di statura, cui ogni tanto do qualche consiglio. Sono stato grande amico di Giussani. L'ho curato per dieci anni, l'ho tenuto qui sino all'ultimo, gli portavo in camera Berlusconi. Si adoravano. Berlusconi si sedeva sul suo letto, si abbracciavano, si baciavano. Giussani aveva molte idee. Ora i suoi successori sono liberi di fare secondo la loro mentalità. Qui dentro è San Raffaele; non è CL. Facciamo come i gesuiti con i cappuccini: ognuno padrone a casa propria. Noi abbiamo una dottrina che non è quella di CL. Facciamo scienza e cultura, grazie a un'università che è libera, non ecclesiastica. Odio che si adoperi Gesù Cristo per fare soldi».

Cosa pensa di Umberto Veronesi?

«È un grande amico mio. Io sono una persona libera. Non ho mai avuto uno stipendio. I soldi che raccolgo sono per il San Raffaele, i ricercatori, gli ammalati, l'università. Il mio socio di maggioranza è Cristo. Ogni volta che lo chiamo, lui risponde».

C'è ancora Imperator, il suo cavallo?

«Certo. Galoppa. E vince».