Foreste, alberi, rami, frutti, germogli, montagne, uccelli. Spighe, falci, chicchi, mietitura, contadino, gigli del campo, granello di senape, ortaggi, pesci, ombra riposante ai margini di un pozzo...

... C'erano una volta i profeti e un Maestro di nome Gesù che parlavano di queste cose con la massima naturalezza.

... C'era una volta un Maestro di nome Gesù, il quale, dovendo spiegare una realtà difficile come il Regno di Dio, si affidava a un racconto, a immagini ricavate dai campi o dalla vita domestica (sale, lievito, farina, olio, vino, acqua, lucerna...).

... C'erano una volta preti che avevano la terra appiccicata alla suola delle scarpacce. Coltivavano l'orto, si occupavano personalmente della cantina, erano esperti di viti e di api, non disdegnavano la frequentazione della stalla o del pollaio, e quando passavano per i campi si fermavano ad osservare.

E poi sapevano raccontare.

La loro predicazione non sempre rientrava nei canoni classici dell'eloquenza sacra, in compenso azzeccavano senza fatica le immagini familiari al mondo della loro gente, e i paragoni erano quasi sempre indovinati.

Forse parlavano un po' a braccio. In compenso si facevano ascoltare e soprattutto capire.

Oggi i preti sfrecciano velocissimi sull'autostrada e non si fermano mai, se non all'autogrill. Organizzano viaggi - chiamati pudicamente pellegrinaggi (un santuario si trova sempre nei dintorni...) - nelle parti più remote del globo. Ma non camminano più. Tantomeno in campagna.

La loro predicazione, normalmente, è impeccabile, tirata a lustro come le loro scarpe. Parlano il linguaggio della tecnologia, svolgono i loro bravi temi sociologici, esaminano i problemi dal punto di vista psicologico e persino psicanalitico, citano i più moderni maitres à penser o opinion maker, fanno riferimento ai film di Ingmar Bergman e di Krzystof Kieslowski, citano i versi di cantautori famosi spacciati per poeti, declamano le poesie di Rilke e Hopkins, interpretano i quadri di Chagall e di Munch, discutono le tematiche dell'ultimo romanzo che nessuno degli ascoltatori ha ancora letto, polemizzano col teologo che non gli va a genio e di cui tutti ignorano perfino il nome, si avventurano spericolatamente perfino nell'analisi strutturale della Parola di Dio, tirano in ballo la semiotica, mettono in guardia contro i pericoli della new-age (che è l'argomento preferito nelle discussioni al bar o in famiglia...).

Tutto bene, funzionale. Ma non sanno raccontare. Le loro immagini, i loro esempi, risultano sfasati rispetto all'esperienza della gente comune, che di fatto li subisce più che mostrarsi interessata.

Per sentirli "parlare terra" bisogna aspettare una domenica in cui vengono costretti dai brani del Lezionario, cui non possono sottrarsi. Ma si intuisce subito che su quel terreno si muovono con evidente impaccio, e ne farebbero benissimo a meno, perché quelle cose non rientrano nei loro gusti.

Forse sarebbe opportuno rendersi conto che il linguaggio per "rendere" il mistero è il linguaggio delle cose semplici. Paradossalmente, il mistero può essere contenuto, non nell'involucro pretenzioso delle elucubrazioni intellettuali, ma nelle immagini legate alla vita di tutti i giorni. Il mondo che più ci è familiare è quello che meglio di ogni altro offre la possibilità almeno di sfiorare le realtà trascendenti.

Sorge spontanea una domanda: perché la religione non viene "raccontata"? Perché i fedeli sono costretti a sorbirsi lezioni teoriche, documenti dottrinali impervi, statistiche, inchieste, informazioni varie, dibattiti intellettuali, e non viene loro quasi mai regalata la sorpresa di un racconto?

Qualcuno implora: «Parlateci di Dio!» Io direi, soprattutto: «Raccontatecelo!» Gesù veniva da lontano, dall'alto. Ma aveva i sandali imbiancati dalla polvere delle strade. Anche per questo sapeva raccontare. E si guardava attorno, cercava gli occhi degli ascoltatori, vi leggeva dentro la loro vita quotidiana.

Alessandro Pronzato, La predica prova della fede, 104-106