Esce l'antologia dei primi dieci anni della rubrica.

Dall'idea alla scrittura: il metodo Gramellini


di Massimo Gramellini

Approfitto del decimo compleanno del Buongiorno (è nato in fondo alla prima pagina de «La Stampa» il 12 ottobre 1999) per rispondere alle domande che mi vengono rivolte con più frequenza dai lettori.


La prima: come fa a trovare tutti i giorni qualcosa da scrivere? Sottinteso: certe volte sarebbe meglio che lasciasse lo spazio bianco, invece di dire qualcosa di già detto. All'inizio la pensavo così anch'io. Poi ho capito che la caratteristica del Buongiorno risiede proprio nel suo essere un diario quotidiano che mima la vita. E la vita non è solo un'antologia di momenti magici. È un flusso ininterrotto di sogni e amarezze, di slanci imprevedibili e gesti ripetuti. Non si può essere originali tutti i giorni. E se uno scrivesse solo quando pensa di esserlo, alla fine non sarebbe originale mai.

Altra domanda: da dove prende gli spunti per i suoi corsivi? Dai fatti del giorno, esplorando le agenzie di stampa, i giornali, i telegiornali, i siti web. A quest'opera di scandaglio si aggiunge il contributo dei lettori che segnalano, suggeriscono e in qualche caso intimano di occuparsi di una certa vicenda. Il Buongiorno ha un unico vincolo. Trovandosi in fondo alla prima pagina, non può commentare le notizie presenti nei titoli principali, se non prendendole da una prospettiva particolare. Ma le costrizioni, si sa, allargano i pensieri. Così ho incominciato a differenziarlo dagli altri commenti. E i lettori a pretenderlo diverso, persino nella struttura linguistica: in rima, in forma di narrazione o come didascalia di una foto. Vogliono che assomigli il meno possibile a un articolo, ma soprattutto che racconti una storia: da ridere o da piangere, basta sia un'emozione.

Ultima domanda: da che parte sta? Come molti di coloro che hanno avuto la ventura di incrociare il decennio berlusconiano, mi è stata appioppata una etichetta surreale di comunista, solo perché la spregiudicatezza della destra sbrisolona è al centro dei miei sberleffi almeno quanto l'ingiustificato complesso di superiorità di una certa sinistra. Ma resto un liberale laico, le mie stelle polari si chiamano Cavour e Montanelli. Combatto i reazionari e diffido dei rivoluzionari. Mi considero un seguace del «giusto mezzo», che non è il terzismo di chi non si schiera mai, ma il buonsenso di chi persegue le riforme possibili. Non è facile far sentire le nostre ragioni in questa fase politica, dominata dalle curve degli ultrà. Però mi ostino a credere che esista un'altra Italia, maggioritaria e senza rappresentanza. Comprende milioni di cittadini di destra e di sinistra, ma soprattutto stanchi e confusi, che la brutalità del bipolarismo costringe ogni volta a schierarsi con quella delle altre due che in quel determinato momento sembra il male minore. Questi italiani non odiano nessuno e hanno un mucchio di cose da dirsi. Il Buongiorno è una delle loro case. Date le dimensioni, si tratta di una monocamera. Ma dentro non ci si sente mai soli. Chi la frequenta conserva la curiosità e il piacere di ritornarci. Ogni giorno, da dieci anni e, mi auguro, per molti altri ancora.

L'idea nacque dieci anni fa. Massimo Gramellini propose all'allora direttore della «Stampa», Marcello Sorgi, una rubrica quotidiana che raccontasse squarci di vita italiana al lettore che «già sa, senza offrirgli anche una soluzione», ovvero affidandosi a un po' di satira. Nacque un lungo dibattito sul nome che avrebbe dovuto avere questo spazio, ogni giorno, sulla prima pagina del giornale. Arrivarono decine di proposte. Gramellini, da parte sua, aveva in mente qualcosa tipo l'«aiuola». Alla fine fu il direttore a decidere per «Buongiorno». E aveva ragione lui. Perché fu un successo fin dall'inizio.