Ecco una considerazione di Pronzato, dopo aver letto il brano evangelico del canto del gallo che richiama l'apostolo Pietro al suo tradimento di Gesù.



Gettiamo uno sguardo sul pittoresco zoo clericale, e ci rendiamo subito conto che il gallo [quello che cantò per Pietro] non c'è: è stato segregato, sicuramente perché gli altri animali non lo sopportano. Di pavoni decorativi perennemente impegnati a lucidarsi le penne ce ne sono anche troppi (loro pare abbiano preso sul serio il "crescete e moltiplicatevi" e rifiutano gli anticoncezionali, che nel loro caso sarebbero addirittura benedetti, perché la loro razza, lungi dall'essere in via d'estinzione, si sta diffondendo in maniera esponenziale, recando danni devastanti all'equilibrio dell'ambiente ecclesiale).

Stanno in agguato anche coccodrilli in procinto di versare lacrime su ciò che non è più.

Per non parlare di gattoni ronfanti, che sbirciano, furbastri e ammiccanti, in direzione di possibili padroni da coccolare e da cui tarsi coccolare.

Non mancano neppure i cagnacci ringhiosi, sempre sul punto di azzannare chi osa avvicinarsi al recinto protetto, oppure si azzarda a manifestare il minimo dissenso.

Ci sono talpe intente a scavare cunicoli sotterranei che portano a Palazzo, dove ci sono onori e... odori di cucina stordenti.

E il cielo è rigato da rapaci avvoltoi che si lanciano in picchiata (verso il basso!) ad artigliare e addentare brandelli di potere.

Ma, inutile cercare oltre, il gallo non c'è. È stato collocato in una gabbia a parte, una specie di cella di punizione... perché non disturbi i pasti, le digestioni e i sonni di tutti col suo irriverente chicchirichì. Eppure bisognerebbe avere il coraggio di aprire quella gabbia umiliante, e concedere al gallo dell'ironia di lanciarsi sulla preda più ghiotta (voglio dire il pavone) e spennarla come Dio comanda.



Alessandro Pronzato, La nostra bocca si aprì al sorriso, 58