Elogio del genere medio. E della stima

La comunicazione tra i preti offre uno spunto interessante per tessere l'elogio del genere medio, cioè di quel tipo di linguaggio che sta tra il "discorso" e la "chiacchiera": è la forma prediletta dai valori per farsi quotidiana qualità.

I preti infatti cominciano fin da piccoli, da quando sono seminaristi, a pronunciare discorsi, cioè a tradurre in parole il mistero di cui sono testimoni e custodi. Dichiarano verità sublimi e precetti estremi, la luce abbagliante di Dio e le pretese indiscutibili del Vangelo. All'inizio, forse, con timore e cautela, come di chi avverte di avere labbra inadeguate per dire la Parola santa, poi via via con maggior disinvoltura, come di chi ha imparato il mestiere. E questo il livello del discorso: il rischio evidente è di ridurre l'annuncio del Vangelo ad un esercizio di cattiva retorica.

Scesi dall'ambone, anche i preti incontrano amici, scambiano saluti e notizie di cronaca, parlano di prezzi, di acciacchi, di sport e raccontano barzellette. Incomincia il tempo indefinito della chiacchiera, talora così lontana, per contenuto e per forma, dal discorso appena pronunciato che fa nascere la domanda: "Ma allora in che cosa crede?". La chiacchiera infatti è sempre tentata di sconfinare in giudizi sommari, in mormorazioni scontente, in insinuazioni malevole, senza il coraggio di diventare obiezioni, senza la misericordia per diventare comprensione.

II genere medio caratterizza quel discorrere senza la pretesa di farsi maestri, senza l'imbarazzo di aprirsi ad un confronto. I preti abituati a lavorare insieme apprezzano l'itinerario che conduce al nascere di un pensiero condiviso, di un obiettivo comune. Quando non è tanto importante dimostrare di aver ragione o di essere più aggiornati si dicono le cose che stanno a cuore, le domande che danno da pensare, le consolazioni di cui è ricca la vita di un prete.

E facile incontrare una inerzia e una rassegnazione che rendono questa comunicazione stentata: ciascuno ha le sue timidezze e le sue presunzioni. Una condizione per rendere possibile anche ai preti di pensare un po' in grande e di camminare un po' insieme è la stima vicendevole. Intendo la convinzione, largamente confortata dall'esperienza, dei tesori innumerevoli che ciascuno custodisce, accumulati in ore di meditazione della Parola di Dio, in migliaia di incontri personali, nella tenace dedizione al ministero, nel gusto rimasto giovane di ascoltare la gente, di farsi carico dei fastidi e dei drammi degli altri. Appena oltre la scorza convenzionale che talora trasforma un prete in un personaggio, c'è un uomo di Dio e il tempo passato ad ascoltarlo, quando il parlare si fa serio e sincero, è tempo guadagnato.

don Mario Delpini - La Fiaccola, febbraio 1991