Un uomo pubblico (con le spalle ben coperte) scrive sulla prima pagina del giornale da lui diretto (e di proprietà di Paolo Berlusconi) al Presidente della Camera dei Deputati. Si rivolge a lui con il "tu", affronta con durezza e sarcasmo alcune questioni che lo riguardano, gli rinfaccia incoerenze e debolezze, e chiude il tutto con questa espressione: «Consiglio non richiesto: rientra nei ranghi. Torna a destra per recitare una parte in cui sei più credibile; non rischierai più di essere ridicolo come lo sei stato spesso negli ultimi tempi».

Non entro nel merito. Non voglio imbavagliare il dibattito tra individui e filoni culturali. Ma vorrei che fossero "individui" e non lupi; "filoni culturali" e non capricci.

Non condivido che un uomo possa essere aggredito dalla penna di un altro uomo: quando un uomo di un giornale (o telegiornale) si trova davanti un uomo senza giornale, quest'ultimo è finito.

Non condivido che si dia del tu pubblicamente, per sfida e non per affetto, alla terza carica del mio Stato (di qualunque parte politica sia).

Non condivido che lo si tratti in modo irrispettoso, saccente e superbo... dalla prima pagina di un giornale nazionale. E questo perché, nel suo ruolo istituzionale, mi rappresenta, ma ancor più e ancor prima perché è un uomo. Chi sapesse veramente usare la lingua italiana avrebbe mille modi per esprimere le sue opinioni, anche con fermezza, ma senza offendere.

Non mi metto su nessun piedistallo dall'alto del quale giudicare; non voglio zittire nessuno; non scaglio la prima pietra, poiché non sono senza peccato.

Il fatto che io non condivida può forse non importare a nessuno: pazienza. Però lo dico.

Perché un domani (o oggi stesso) quando un ragazzino risponderà male a suo padre vorrei potergli dire che non gli sta dimostrando amore; quando un liceale imprecherà contro la prof in corridoio o sulle colonne del giornalino scolastico vorrei invitarlo al confronto serrato, ma leale; quando una giovane urlerà contro il suo ex dal microfono di una trasmissione televisiva vorrei salvaguardare la dignità dei suoi sentimenti; quando mille alzeranno un braccio (destro o sinistro, con la mano stesa o il pugno chiuso) gridando le loro maledizioni al padrone o allo straniero, vorrei poter ricercare con loro le vie della giustizia.

Vorrei che ciascuno potesse dire la sua, cercando di avvicinarsi al vero, con stile, rispetto e umiltà; e che ne abbia il diritto, le capacità, le condizioni, l'opportunità. E non che possano parlare solo alcuni, quelli che hanno la voce più forte, talmente forte da zittire quella altrui.

Vorrei che nessuno debba aver paura di essere graffiato, ferito, squartato nel momento in cui apre un giornale o accende la tv.



Lo so, vorrei troppe cose, con presunzione e idealismo. Ma altri queste cose non le vogliono, è chiaro.

Se oggi non dico nulla, non diciamo nulla, sarà più difficile o quasi impossibile pronunciarsi fra qualche tempo.

don Chisciotte