Bar Sport Italia
di Massimo Gramellini
Nel dirimere la controversia fra un tifoso juventino e uno milanista, avvenuta a suon di gestacci e battute iettatorie in un bar di Portogruaro, la Corte di Cassazione ha affermato che quando si parla di pallone è lecito liberare gli istinti più trucidi, per lo meno «laddove tale volgarità non suscita riprovazione alcuna». Il principio emana buon senso e potrebbe anche essere condiviso, se non fosse che riesce oltremodo difficile individuare una lista precisa dei luoghi in cui «la volgarità non suscita più riprovazione alcuna».
L'elenco si apre senz'altro con i bar sport, per i quali la sentenza è stata disegnata. Ma potrebbe agevolmente comprendere il Parlamento, le televisioni, le radio, le conferenze stampa, i parchi, i parcheggi, gli ingorghi, i semafori, i telefonini, i libri impegnati, gli ospedali, le redazioni dei giornali, gli uffici pubblici, gli uffici privati non gestiti da un manager scandinavo, le scuole (cattoliche comprese, quando il prete in cattedra è sordo o molto anziano), le discoteche, i centri commerciali, le case dei poveri, le ville dei ricchi e dei finti poveri. E naturalmente gli stadi, i palazzetti e le palestre, escluse quelle dove si insegnano il ballo sulle punte e l'arte del ricamo. Pur utilizzando un criterio così restrittivo, la definizione non risulta ancora sufficientemente chiara. Sarebbe più semplice procedere al contrario, indicando cioè i luoghi dove «la volgarità suscita ancora riprovazione». Qualche biblioteca di prossima chiusura e la sala da the frequentata dalla nonna di un mio amico. Forse.
di Massimo Gramellini
Nel dirimere la controversia fra un tifoso juventino e uno milanista, avvenuta a suon di gestacci e battute iettatorie in un bar di Portogruaro, la Corte di Cassazione ha affermato che quando si parla di pallone è lecito liberare gli istinti più trucidi, per lo meno «laddove tale volgarità non suscita riprovazione alcuna». Il principio emana buon senso e potrebbe anche essere condiviso, se non fosse che riesce oltremodo difficile individuare una lista precisa dei luoghi in cui «la volgarità non suscita più riprovazione alcuna».
L'elenco si apre senz'altro con i bar sport, per i quali la sentenza è stata disegnata. Ma potrebbe agevolmente comprendere il Parlamento, le televisioni, le radio, le conferenze stampa, i parchi, i parcheggi, gli ingorghi, i semafori, i telefonini, i libri impegnati, gli ospedali, le redazioni dei giornali, gli uffici pubblici, gli uffici privati non gestiti da un manager scandinavo, le scuole (cattoliche comprese, quando il prete in cattedra è sordo o molto anziano), le discoteche, i centri commerciali, le case dei poveri, le ville dei ricchi e dei finti poveri. E naturalmente gli stadi, i palazzetti e le palestre, escluse quelle dove si insegnano il ballo sulle punte e l'arte del ricamo. Pur utilizzando un criterio così restrittivo, la definizione non risulta ancora sufficientemente chiara. Sarebbe più semplice procedere al contrario, indicando cioè i luoghi dove «la volgarità suscita ancora riprovazione». Qualche biblioteca di prossima chiusura e la sala da the frequentata dalla nonna di un mio amico. Forse.