Le crisi e la violenza

di Andrea Riccardi

12 febbraio 2009. Si comincia a avvertire forte il vento gelido della crisi. Lo si percepisce nella vita quotidiana, nelle restrizioni dei consumi, nella precarietà del lavoro e in conseguenze ancora peggiori che toccano tanti. È un fenomeno europeo e mondiale. La gente vive le difficoltà, il ridimensionamento del livello di vita, la nuova povertà, con comprensibile frustrazione. Non bastano i discorsi sui flussi dell'economia mondiale o le spiegazioni macroeconomiche.

Chi sono i responsabili? L'economia globalizzata non ha volto.
Il suo centro direzionale è lontano, anonimo, avvolto nelle nebbie. Non è un palazzo raggiungibile dalla protesta della gente. Frustrazione e protesta non diventano politica, ma rabbia che vuole sfogarsi. Con un meccanismo facile, ce la prendiamo con chi è vicino e raggiungibile, anche se non responsabile delle difficoltà. La grande crisi economica del 1929 insegna. Allora ci fu una crescita di antisemitismo. L'ebreo si presta a rappresentare il colpevole d'una crisi mondiale. I dati sulla diffusione del pregiudizio antisemita in Italia sono preoccupanti. (...) Si accompagna all'antigitanismo che attraversa tutte le società europee. Troppo si sono incolpati gli zingari del malessere di alcune situazioni urbane. C'è poi il capitolo degli immigrati. Il pregiudizio è facile: vengono a rubarci il lavoro, la casa e, alla fine, il nostro Paese. Le accuse s'intrecciano con la violenza sulle persone. (...)

Picchiare è un modo di protestare ed esistere. Soprattutto contro gli stranieri. (...) Sono due volti dello stesso fenomeno, molto grave, rivelatore del vuoto delle menti, ma anche della crisi del senso comune di umanità. C'è allora un grande problema educativo, ma anche di senso di irrilevanza da combattere e d'identità da trasmettere.


Non si tratta però solo di giovani. La violenza diffusa crescerà con la crisi economica, con la rabbia di una vita quotidiana difficile, con la ricerca di colpevoli introvabili, all'origine di questa situazione. (...)

Credo che avremo un inverno molto lungo, ben al di là della stagione climatica. Libererà sentimenti di rabbia, scontento, aggressività contro i bersagli più vicini, perché non c'è un palazzo del potere da assaltare, ma tanto malessere da sfogare. Bisogna vivere responsabilmente questo lungo inverno. Prima di tutto, è necessario evitare la semina del disprezzo e dell'odio verso gruppi etnici o sociali. I semi del disprezzo sfuggono dalla mano di chi li getta e fruttificano presto in un clima frustrato e incandescente. Non si tratta di limitare la libertà di espressione, ma di richiamare alla responsabilità micidiale delle parole, specie se si ricoprono cariche pubbliche
(...).