Il "personalismo invadente" nel vivere la liturgia non è tentazione solo di chi vuole "inventare qualcosa di nuovo a tutti i costi", ma anche di chi - dichiarando di aderire ai modi "antichi" - vuole comunque assecondare i propri gusti, celandoli dietro la norma liturgica. In entrambi i casi si fa violenza ai protagonisti dell'atto liturgico: il Signore e il suo popolo.

Con una dedica particolare per tutti quei fedeli che - occupandosi sanamente di liturgia nelle nostre parrocchie - hanno a che fare con preti skizzati in un senso o nell'altro.


don Chisciotte


«San Carlo ci ricorda che in questa delicata opera educativa, l'intelligente obbedienza alla ecclesiastica disciplina non sarà certo condizione sufficiente perché la nostra pastorale liturgica sia veramente efficace e feconda, ma può rivelarsi senz'altro condizione necessaria. Da sola infatti, come abbiamo già osservato, essa può ridursi a vuoto formalismo, e come tale non può assicurare in maniera meccanica e automatica la fecondità del nostro ministero liturgico; ma se manca, anche le più brillanti iniziative e la più geniale creatività rischiano di apparire estrosità gratuita, stranezza incomprensibile se non ad una ristretta cerchia di iniziati, modo incongruo per suscitare nei fedeli non lo stupore religioso davanti al mistero di Dio che salva e si fa presente, ma lo stupore sorpreso e disorientato davanti alle invenzioni e alle sperimentazioni arbitrarie di un prete.

«Populi institutio, depravata!»: la formazione del popolo di Dio ne risulta distorta! Le parole di s. Carlo sono severe e possono sembrarci sinceramente eccessive: ci ricordano tuttavia che il ministero liturgico non è un campo privato da coltivare a proprio piacimento, perché attraverso di esso si tesse un delicato rapporto con i fedeli, ed il prete deve rispettare il loro diritto a partecipare e a con-celebrare ad una liturgia regolata dalle norme della Chiesa e dal buon senso, non dal gusto personale o dalle fantasie del ministro. Infatti, in molti casi, si comincia con il protestare contro il legalismo della Chiesa e si finisce con l'imporre ai fedeli un legalismo peggiore, quello dei propri arbitri e delle proprie invenzioni; e così in nome di una supposta libertà si ricade in una specie di nuovo clericalismo, quello delle vedute proprie o di qualche gruppo elitario».


Marco Navoni, Il ministero sacerdotale in san Carlo Borromeo, 90