Le religioni tornino a essere anticorpi contro trame e corruzione
di Marco Ventura
Contro la corruzione e le trame, il presidente Napolitano ha incoraggiato il Paese in nome dei «validi anticorpi» di cui dispongono «la nostra democrazia» e la collettività. Ma bisogna muoversi. La questione morale rischia di scadere in impotenza morale se la denuncia cede al lamento, l'allarme alla rassegnazione. Tra i «validi anticorpi», le religioni dovrebbero avere un posto d'eccellenza: per il loro patrimonio morale, per il loro ruolo nella società. L'appello del Presidente vale anche per i credenti e per le fedi che vivono in Italia, per la maggioranza e per le minoranze, per i vecchi e per i nuovi. Dipenderà anche da cattolici, islamici, buddisti, protestanti, mormoni, ebrei se la questione morale non si dissolverà nell'impotenza morale di un Paese. A tal fine, perché gli «anticorpi» religiosi agiscano sono necessarie due condizioni. Anzitutto, la religione deve sfidare il male. Insegnare che il male nella storia non giustifica il credente, ma al contrario lo convoca e lo impegna. Tanto più corruzione e malaffare appaiono strutturali e diffusi, tanto più il credente si ribella. Malintesi, il peccato cristiano, la colpa ebraica e persino l'individualismo buddista possono nutrire il cinismo, la resa. Siamo tutti peccatori e siamo tutti corrotti o corruttori. Chi ci prova è un superbo, un illuso. Non c'è scelta per elettori ed eletti, solo il male cui ci destinano l'ordine naturale ed il disordine italico. Invece, i credenti e le Chiese hanno le risorse per liberarsi del ruolo di notai del male, di gufi d'una modernità atea votata al peggio, di banchieri che cambiano il peccato del ministro in moneta per il tempio. Abbondano le risorse per invertire la rotta. Il credente crede nel cambiamento. Per i cattolici, l'incarnazione è coraggio della Storia; per i protestanti, la libertà individuale è coscienza creativa; per gli ebrei, il senso del popolo è responsabilità collettiva; per i musulmani, la rivelazione è movimento; per i buddisti, il distacco è novità.
La seconda condizione perché l'«anticorpo» religioso reagisca all'infezione è che la religione esiga coerenza. Tanto più alta è la verità cui il credente aderisce, tanto più impegnativa è la testimonianza cui egli è tenuto. Non può predicare bene chi razzola male. Al contrario, la religione italiana può esser complice di un Paese in cui la bandiera prevale sull'esempio; in cui il fine giustifica il mezzo. Se militi per la nostra verità, basta che ti renda utile, non importa come. Per il trionfo della nostra causa, della nostra Chiesa, ogni mezzo è morale. Tramutiamo il fango in incenso, la tangente in obolo. Conta la fedeltà al clan e alla sua agenda. È l'Italia della morale per bande. Per i veri credenti vale l'opposto. Se dalla voce di Dio nasce un individuo buono, quella religione è buona. La mia coerenza giudica se la mia verità è davvero tale. Senza coerenza, l'ortodossia è vuota. Don Peppino Diana, massacrato dalla camorra nel 1994, è la luce nel buio di Gomorra. Roberto Saviano lo coglie al cuore: «Don Peppino non orecchiava le beghe delle famiglie, non disciplinava le scappatelle dei maschi, né andava confortando donne cornute. Aveva deciso di interessarsi delle dinamiche di potere: non solo dei corollari della miseria, non voleva soltanto nettare la ferita, ma comprendere i meccanismi della metastasi, bloccare la cancrena, fermare l'origine di ciò che rendeva la sua terra una miniera di capitali e un tracciato di cadaveri». Sfidare il male. Esigere coerenza. A queste condizioni, l'«anticorpo» religioso è vivo. Ed essenziale per un'Italia migliore.
di Marco Ventura
Contro la corruzione e le trame, il presidente Napolitano ha incoraggiato il Paese in nome dei «validi anticorpi» di cui dispongono «la nostra democrazia» e la collettività. Ma bisogna muoversi. La questione morale rischia di scadere in impotenza morale se la denuncia cede al lamento, l'allarme alla rassegnazione. Tra i «validi anticorpi», le religioni dovrebbero avere un posto d'eccellenza: per il loro patrimonio morale, per il loro ruolo nella società. L'appello del Presidente vale anche per i credenti e per le fedi che vivono in Italia, per la maggioranza e per le minoranze, per i vecchi e per i nuovi. Dipenderà anche da cattolici, islamici, buddisti, protestanti, mormoni, ebrei se la questione morale non si dissolverà nell'impotenza morale di un Paese. A tal fine, perché gli «anticorpi» religiosi agiscano sono necessarie due condizioni. Anzitutto, la religione deve sfidare il male. Insegnare che il male nella storia non giustifica il credente, ma al contrario lo convoca e lo impegna. Tanto più corruzione e malaffare appaiono strutturali e diffusi, tanto più il credente si ribella. Malintesi, il peccato cristiano, la colpa ebraica e persino l'individualismo buddista possono nutrire il cinismo, la resa. Siamo tutti peccatori e siamo tutti corrotti o corruttori. Chi ci prova è un superbo, un illuso. Non c'è scelta per elettori ed eletti, solo il male cui ci destinano l'ordine naturale ed il disordine italico. Invece, i credenti e le Chiese hanno le risorse per liberarsi del ruolo di notai del male, di gufi d'una modernità atea votata al peggio, di banchieri che cambiano il peccato del ministro in moneta per il tempio. Abbondano le risorse per invertire la rotta. Il credente crede nel cambiamento. Per i cattolici, l'incarnazione è coraggio della Storia; per i protestanti, la libertà individuale è coscienza creativa; per gli ebrei, il senso del popolo è responsabilità collettiva; per i musulmani, la rivelazione è movimento; per i buddisti, il distacco è novità.
La seconda condizione perché l'«anticorpo» religioso reagisca all'infezione è che la religione esiga coerenza. Tanto più alta è la verità cui il credente aderisce, tanto più impegnativa è la testimonianza cui egli è tenuto. Non può predicare bene chi razzola male. Al contrario, la religione italiana può esser complice di un Paese in cui la bandiera prevale sull'esempio; in cui il fine giustifica il mezzo. Se militi per la nostra verità, basta che ti renda utile, non importa come. Per il trionfo della nostra causa, della nostra Chiesa, ogni mezzo è morale. Tramutiamo il fango in incenso, la tangente in obolo. Conta la fedeltà al clan e alla sua agenda. È l'Italia della morale per bande. Per i veri credenti vale l'opposto. Se dalla voce di Dio nasce un individuo buono, quella religione è buona. La mia coerenza giudica se la mia verità è davvero tale. Senza coerenza, l'ortodossia è vuota. Don Peppino Diana, massacrato dalla camorra nel 1994, è la luce nel buio di Gomorra. Roberto Saviano lo coglie al cuore: «Don Peppino non orecchiava le beghe delle famiglie, non disciplinava le scappatelle dei maschi, né andava confortando donne cornute. Aveva deciso di interessarsi delle dinamiche di potere: non solo dei corollari della miseria, non voleva soltanto nettare la ferita, ma comprendere i meccanismi della metastasi, bloccare la cancrena, fermare l'origine di ciò che rendeva la sua terra una miniera di capitali e un tracciato di cadaveri». Sfidare il male. Esigere coerenza. A queste condizioni, l'«anticorpo» religioso è vivo. Ed essenziale per un'Italia migliore.
Corriere della Sera, 31 luglio 2010