Ha preso su di sé la nostra debolezza
Dalla «Esposizione del vangelo secondo Luca» di sant'Ambrogio, vescovo
«Padre, se è possibile, allontana da me questo calice » (Lc 22, 42). Parecchi in questo passo restano perplessi; intendono la tristezza del Salvatore come prova di una debolezza, che in lui sarebbe stata originariamente intrinseca, non temporaneamente assunta; e si studiano così di travisare il significato della spiegazione più naturale. Quanto a me, invece, non solo non penso di non doverlo scusare, ma resto anzi stupito, più che in nessun altro punto, davanti alla sua pietà e alla sua maestà: egli infatti mi sarebbe stato di minor giovamento, se non avesse preso su di sé i miei sentimenti. Perciò si è rattristato per me, egli che non aveva nessuna causa di rattristarsi per se stesso, e, messo da parte il godimento della eterna divinità, prova il tedio della mia infermità.
Egli ha preso su di sé la mia tristezza, per farmi dono della sua gioia, ed è disceso con i nostri passi fino all'affanno della morte, per farci ritornare con i suoi passi fino alla vita. Perciò io non ho paura di nominare questa tristezza, perché proclamo la croce: egli ha accettato non l'apparenza, ma la realtà dell'incarnazione. Perciò doveva accettare anche il dolore per vincere, non per tener lontana la tristezza. (...) E come ti potremmo imitare, Signore Gesù, se non ti seguissimo come uomo, se non ti credessimo morto, se non avessimo visto le tue piaghe? Come avrebbero fatto i discepoli a credere che doveva morire, se non si fossero accorti dell'angoscia di uno che stava per morire? Così essi ancora dormono e ignorano che cosa sia rattristarsi, mentre Cristo si rattristava per loro: leggiamo infatti che egli «porta i nostri peccati e soffre per noi» (Is 53,4).
Tu dunque, Signore, soffri non per le tue, ma per le mie ferite; non per la tua morte, ma per la nostra debolezza: e noi invece abbiamo creduto che tu fossi immerso nei dolori, mentre tu soffrivi non per te, ma per me; sì, «sei stato indebolito», ma «per i nostri peccati» (Is 53,5), non perché avevi ricevuto quella debolezza dal Padre, ma perché l'avevi presa per me: era utile per me che il castigo che ci dà la pace si abbattesse sopra di te, e che per le tue lividure tu guarissi le nostre piaghe. (...)
Dalla «Esposizione del vangelo secondo Luca» di sant'Ambrogio, vescovo
«Padre, se è possibile, allontana da me questo calice » (Lc 22, 42). Parecchi in questo passo restano perplessi; intendono la tristezza del Salvatore come prova di una debolezza, che in lui sarebbe stata originariamente intrinseca, non temporaneamente assunta; e si studiano così di travisare il significato della spiegazione più naturale. Quanto a me, invece, non solo non penso di non doverlo scusare, ma resto anzi stupito, più che in nessun altro punto, davanti alla sua pietà e alla sua maestà: egli infatti mi sarebbe stato di minor giovamento, se non avesse preso su di sé i miei sentimenti. Perciò si è rattristato per me, egli che non aveva nessuna causa di rattristarsi per se stesso, e, messo da parte il godimento della eterna divinità, prova il tedio della mia infermità.
Egli ha preso su di sé la mia tristezza, per farmi dono della sua gioia, ed è disceso con i nostri passi fino all'affanno della morte, per farci ritornare con i suoi passi fino alla vita. Perciò io non ho paura di nominare questa tristezza, perché proclamo la croce: egli ha accettato non l'apparenza, ma la realtà dell'incarnazione. Perciò doveva accettare anche il dolore per vincere, non per tener lontana la tristezza. (...) E come ti potremmo imitare, Signore Gesù, se non ti seguissimo come uomo, se non ti credessimo morto, se non avessimo visto le tue piaghe? Come avrebbero fatto i discepoli a credere che doveva morire, se non si fossero accorti dell'angoscia di uno che stava per morire? Così essi ancora dormono e ignorano che cosa sia rattristarsi, mentre Cristo si rattristava per loro: leggiamo infatti che egli «porta i nostri peccati e soffre per noi» (Is 53,4).
Tu dunque, Signore, soffri non per le tue, ma per le mie ferite; non per la tua morte, ma per la nostra debolezza: e noi invece abbiamo creduto che tu fossi immerso nei dolori, mentre tu soffrivi non per te, ma per me; sì, «sei stato indebolito», ma «per i nostri peccati» (Is 53,5), non perché avevi ricevuto quella debolezza dal Padre, ma perché l'avevi presa per me: era utile per me che il castigo che ci dà la pace si abbattesse sopra di te, e che per le tue lividure tu guarissi le nostre piaghe. (...)
(L. X, 56-58: SAEMO 12. 437.439)