«L'altra sera, al bar, ho incocciato il giovane viceparroco. Eravamo tra amici e lui non ha potuto sottrarsi. A un certo punto, però, si è defilato con un pretesto: "È tardi, scusate, ma bisogna che vada perché devo ancora mettere a punto l'omelia per domani" (lui non si sognerebbe mai di dire "predica", cosa d'altri tempi, e nemmeno "sermone", che puzzerebbe di protestantesimo: lui dice "omelia" con il tono di uno che sale in cattedra perché ha i titoli e comincia a rifilarci una lezione che sa tanto di diligente compito scolastico ricavato dai suoi "maestri di riferimento").
Gli ho proposto: "Se vuole, Le possiamo dare una mano noi, reverendo..." (gli do sempre del reverendo perché so che non gradisce, i giovani gli dicono semplicemente "don", oppure lo indicano come "il don", e a me pare di sentire il suono chioccio di una campana fessa; e poi lo interpello con il "Lei", per sottolineare la distanza; col parroco invece uso il "Lei" confidenziale, non so se mi spiego; mia moglie dice che sono un mostro di perfidia...).
Ho insistito: "Si sieda qui, per favore, e cominciamo subito..."
Ha tagliato corto: "Lei ha sempre voglia di scherzare anche sulle cose importanti..." (si difende immancabilmente così tutte le volte che si ritrova spiazzato dalle mie richieste). Non riesce a capire che io ho l'abitudine di scherzare solo quando ho delle cose piuttosto serie da dire. Diversamente, non mi permetterei. In realtà, non scherzavo affatto. Da tempo, infatti, sostengo - ahimè inutilmente - che la predica domenicale dovrebbe essere preparata con l'apporto decisivo dei laici (donne comprese, naturalmente). Il prete consulti pure i suoi volumi di esegesi e i commentari di tutti i calibri (so che ce ne sono parecchi in circolazione). La Parola di Dio va trattata con tutti i riguardi e chiarita a dovere, "inserita nel suo contesto" (come lui usa precisare). Lo riconosco: ci sono "problemi di linguaggio che non si possono eludere" (altra sua espressione caratteristica). Tuttavia anche noi abbiamo la nostra da dire, col linguaggio della vita pratica. Potremmo offrirgli spunti preziosi, suggerimenti, sottoporgli problemi concreti da affrontare, per evitare che la lezione teorica passi sulle nostre teste senza nemmeno sfiorarci».
Gli ho proposto: "Se vuole, Le possiamo dare una mano noi, reverendo..." (gli do sempre del reverendo perché so che non gradisce, i giovani gli dicono semplicemente "don", oppure lo indicano come "il don", e a me pare di sentire il suono chioccio di una campana fessa; e poi lo interpello con il "Lei", per sottolineare la distanza; col parroco invece uso il "Lei" confidenziale, non so se mi spiego; mia moglie dice che sono un mostro di perfidia...).
Ho insistito: "Si sieda qui, per favore, e cominciamo subito..."
Ha tagliato corto: "Lei ha sempre voglia di scherzare anche sulle cose importanti..." (si difende immancabilmente così tutte le volte che si ritrova spiazzato dalle mie richieste). Non riesce a capire che io ho l'abitudine di scherzare solo quando ho delle cose piuttosto serie da dire. Diversamente, non mi permetterei. In realtà, non scherzavo affatto. Da tempo, infatti, sostengo - ahimè inutilmente - che la predica domenicale dovrebbe essere preparata con l'apporto decisivo dei laici (donne comprese, naturalmente). Il prete consulti pure i suoi volumi di esegesi e i commentari di tutti i calibri (so che ce ne sono parecchi in circolazione). La Parola di Dio va trattata con tutti i riguardi e chiarita a dovere, "inserita nel suo contesto" (come lui usa precisare). Lo riconosco: ci sono "problemi di linguaggio che non si possono eludere" (altra sua espressione caratteristica). Tuttavia anche noi abbiamo la nostra da dire, col linguaggio della vita pratica. Potremmo offrirgli spunti preziosi, suggerimenti, sottoporgli problemi concreti da affrontare, per evitare che la lezione teorica passi sulle nostre teste senza nemmeno sfiorarci».
Alessandro Pronzato, La predica prova della fede, 28-29