«Siamo ridotti in catene». L'ultimo urlo degli eritrei

Il rumore arriva sordo alla cornetta del telefono. «Senti le catene? Ci hanno legato, come gli schiavi». La voce della ragazza eritrea, sequestrata in mezzo al deserto insieme ad altri 250 africani di varie nazionalità, arriva da uno dei due accampamenti scelti dai trafficanti di uomini per nascondere la loro vergogna: centinaia di uomini e donne africane, provenienti anche dall'Etiopia, dal Sudan e dalla Somalia, sono da settimane nelle mani di una banda senza scrupoli.

Sognavano di arrivare in Occidente, invece sono in una delle tanti prigioni improvvisate nascoste intorno al Sinai. Sei di loro sono stati uccisi all'inizio di questa settimana, molti vengono torturati quotidianamente e sono in condizioni drammatiche. «Ora devo lasciarti, ricordati di mandare i soldi», è la frase più ricorrente che usano per troncare qualsiasi conversazione e "rassicurare" i loro aguzzini. Dall'altra parte del telefono, ci sono famiglie, soprattutto svizzere e svedesi, a cui viene chiesto un contributo economico. «Fai in fretta, altrimenti mi tolgono un rene». Sono i soldi del riscatto, l'unica cosa che interessa ai trafficanti di uomini del ventunesimo secolo: scovare chi, tra questa povera gente, ha parenti in Europa e con loro alzare la posta della liberazione. In Libia era di 2mila dollari mentre adesso, sulle alture del Sinai, il prezzo della libertà vale quattro volte tanto.

«Hanno fiutato l'affare