Dal «Trattato sulla penitenza»

di sant'Ambrogio

Possa tu degnarti, Signore, di venire a questa mia tomba, di lavarmi con le tue lacrime, poiché nei miei occhi inariditi non ne ho tante da poter lavare le mie colpe! Se piangerai per me, sarò salvo. Se sarò degno delle tue lacrime, cancellerò il fetore di tutti i miei peccati. Se sarò degno che tu pianga qualche istante per me, mi chiamerai dalla tomba di questo corpo e dirai: «Vieni fuori» perché i miei pensieri non restino nello spazio ristretto (Gv 11,43) di questo corpo, ma escano incontro a Cristo e vivano alla luce, perché non pensi alle opere delle tenebre, ma alle opere della luce. Chi pensa al peccato, cerca di chiudersi nella propria coscienza.

Chiama dunque fuori il tuo servo. Quantunque, stretto nei vincoli dei miei peccati, io abbia avvinti i piedi legate le mani e sia ormai sepolto nei miei pensieri e nelle «opere morte» (Eb 9, 14), alla tua chiamata uscirò libero e diventerò «uno dei commensali» (Gv 12,2) nel tuo convito. E la tua casa si riempirà di prezioso profumo, se custodirai quello che ti sei degnato di redimere. Si dirà infatti: «Ecco quello che non è stato allevato in grembo alla Chiesa, non è stato domato fin da ragazzo, ma è stato trascinato a forza dai tribunali, strappato dalle vanità di questo mondo; quello che, abituato un tempo alla voce del banditore, si è avvezzato al cantico del salmista, rimane nell'episcopato non per suo merito, ma per grazia di Cristo e siede tra i convitati della mensa celeste!».

Conserva, Signore, la tua grazia, custodisci il dono che mi hai fatto nonostante le mie repulse. Io sapevo infatti che non ero degno d'essere chiamato vescovo, perché mi ero dato a questo mondo. Ma per la tua grazia sono ciò che sono, e sono senz'altro l'infimo tra tutti i vescovi e il meno meritevole (cfr. 1 Cor 15,9-10); tuttavia, siccome anch'io ho affrontato qualche fatica per la tua santa Chiesa, proteggine il risultato.

Non permettere che si perda, ora che è vescovo, colui che, quand'era perduto, hai chiamato all'episcopato, e concedimi anzitutto di essere capace di condividere con intima partecipazione il dolore dei peccatori. Questa infatti, è la virtù più alta, perché sta scritto: «E non ti rallegrerai  sui figli di Giuda nel giorno della loro rovina e non farai grandi discorsi nel giorno della loro tribolazione » (Abd 12).

Anzi, ogni volta che si tratta del peccato di uno che è caduto, concedimi di provarne compassione e di non rimbrottarlo altezzosamente, ma di gemere e piangere, così che mentre piango su un altro, io pianga su me stesso.