La cultura occidentale, pur divenendo mondiale, si è talmente estenuata, talmente isolata dalle profondità che non può più esser la forza che illuminerà questa grande esplosione di vita. Oggi essa oscilla tra la quintessenza speculativa e il caos e solo un cristianesimo rinnovato potrà aprire le vie della bellezza. La bellezza è un nome divino, forse il più dimenticato e, sulla creazione, l'impronta del Bene-amato: «Ponimi come un suggello sul tuo cuore, sul tuo braccio, perché l'amore è forte come la morte... Le grandi acque non potranno spegnerlo né i fiumi sommergerlo» (Ct 3,6).
Se vi è una parola che ritorna spesso nella bibbia per evocare Dio, essa è propria quella di «gloria» - kàbód - non è un'immagine, ma quel grande irraggiare in cui si diffonde la vita stessa di Dio. Non esiste nulla salvo l'uomo, che non renda spontaneamente gloria, attraverso il suo essere, il suo ordine, la sua bellezza: del Padre, attraverso il Verbo, nello Spirito, di cui si potrebbe dire che è lo Spirito della Bellezza. Dio è il «Padre delle luci»: nella sua radice è luce su ogni cosa. Il Verbo costituisce il «limite» che fa sorgere dall'inafferrabile «materia» l'ordine del sensibile. Lo Spirito Santo, «donatore di vita», fa maturare ogni cosa.
Prima bellezza, paradisiaca, è quella dell'origine, dell'arkhê riflessa ancora dalle cose, il volto di un bimbo, lo splendore vitale degli esseri giovani. Ma l'uomo ha interrotto la circolazione della gloria, occultato l'essere eucaristico della creazione. La luce ci è divenuta estranea, le cose hanno ormai un aspetto di tenebra e di orrore, gli elementi massacrano gli innocenti. Scopriamo sempre più, attraverso tanti aspetti dell'arte contemporanea, che «abbiamo il potere di scatenare le immagini più atroci, i mostri ossessivi della carneficina e della fornicazione» (Pierre Emmanuel, Le monde est interieur). Mostri di magica bellezza perché, per riprendere un'osservazione dell'Areopagita, fanno della stessa sete dell'assoluto la forza tirannica del male. L'uomo si rivela come rischio di Dio e cancrena dell'essere in queste immagini che in definitiva spargono solo la «tristezza per la morte».
Seconda bellezza, è la nostalgia violenta dell'angelo decaduto, a sinistra del Cristo su un mosaico di Ravenna. Ecco perché la bellezza di cui dobbiamo testimoniare, che ritrova l'innocenza della prima, ma attraverso l'inevitabile prova della seconda, può essere solo quella della croce, inseparabilmente croce di sangue e croce di luce. La Pasqua inaugura «il vangelo della gloria del Cristo, che è l'immagine di Dio». La gloria irraggia ormai da un volto «reso perfetto dalla sofferenza». Una preghiera della funzione bizantina implora: «Cristo, luce vera che illumini e santifichi ogni uomo che viene al mondo, fai che la luce del tuo volto sia per noi un segno, affinché in essa ci sia dato di vedere l'inaccessibile luce».
La bellezza del Figlio, dice san Cirillo, si è «maturata nel tempo» perché noi si possa essere «condotti per mano verso la bellezza di colui che la genera» (PG, LXVIII, 1034). È la bellezza maturata nel tempo dell'incarnazione e della passione, bellezza di un viso insanguinato e resuscitato, vincitore della morte, ma attraverso la morte stessa. È la bellezza di colui che è sceso volontariamente nell'inferno, in modo che in lui il «colmo dell'umiliazione» si identifichi al colmo dell'amore. Bellezza segreta, che solo la libertà personale dell'amore può decifrare. Attraverso le lacrime del «rovesciamento della coscienza», l'Uomo di dolore, privo di bellezza secondo questo mondo, si rivela come il trasfigurato. La croce pasquale, in cui la ricerca negativa è sommersa dall'affermazione dell'amore, ci apre «la fiamma delle cose», l'icona del volto. Il cristianesimo è la religione dei volti e solo il volto di Dio nell'uomo ci permette di decifrare il volto di ogni uomo di Dio, di decifrare, nella comunione dei santi, l'enigma dei volti che circondano l'uomo contemporaneo.
Oggi, la testimonianza del Cristo nello Spirito non può più fare a meno di questa terza bellezza. Né la bellezza di Dio senza l'uomo, è un fuoco divorante, e Mosè, per aver intravisto Dio «di spalle» doveva coprire il suo volto; né la bellezza può fare a meno dell'uomo senza Dio, questa via negativa che si rinchiude su se stessa, trasforma la mancanza di conoscenza in assenza e l'istinto assoluto in appetito di distruzione; ma la bellezza di Emanuele-Dio con noi, e dello Spirito Santo-noi con Dio.
Se vi è una parola che ritorna spesso nella bibbia per evocare Dio, essa è propria quella di «gloria» - kàbód - non è un'immagine, ma quel grande irraggiare in cui si diffonde la vita stessa di Dio. Non esiste nulla salvo l'uomo, che non renda spontaneamente gloria, attraverso il suo essere, il suo ordine, la sua bellezza: del Padre, attraverso il Verbo, nello Spirito, di cui si potrebbe dire che è lo Spirito della Bellezza. Dio è il «Padre delle luci»: nella sua radice è luce su ogni cosa. Il Verbo costituisce il «limite» che fa sorgere dall'inafferrabile «materia» l'ordine del sensibile. Lo Spirito Santo, «donatore di vita», fa maturare ogni cosa.
Prima bellezza, paradisiaca, è quella dell'origine, dell'arkhê riflessa ancora dalle cose, il volto di un bimbo, lo splendore vitale degli esseri giovani. Ma l'uomo ha interrotto la circolazione della gloria, occultato l'essere eucaristico della creazione. La luce ci è divenuta estranea, le cose hanno ormai un aspetto di tenebra e di orrore, gli elementi massacrano gli innocenti. Scopriamo sempre più, attraverso tanti aspetti dell'arte contemporanea, che «abbiamo il potere di scatenare le immagini più atroci, i mostri ossessivi della carneficina e della fornicazione» (Pierre Emmanuel, Le monde est interieur). Mostri di magica bellezza perché, per riprendere un'osservazione dell'Areopagita, fanno della stessa sete dell'assoluto la forza tirannica del male. L'uomo si rivela come rischio di Dio e cancrena dell'essere in queste immagini che in definitiva spargono solo la «tristezza per la morte».
Seconda bellezza, è la nostalgia violenta dell'angelo decaduto, a sinistra del Cristo su un mosaico di Ravenna. Ecco perché la bellezza di cui dobbiamo testimoniare, che ritrova l'innocenza della prima, ma attraverso l'inevitabile prova della seconda, può essere solo quella della croce, inseparabilmente croce di sangue e croce di luce. La Pasqua inaugura «il vangelo della gloria del Cristo, che è l'immagine di Dio». La gloria irraggia ormai da un volto «reso perfetto dalla sofferenza». Una preghiera della funzione bizantina implora: «Cristo, luce vera che illumini e santifichi ogni uomo che viene al mondo, fai che la luce del tuo volto sia per noi un segno, affinché in essa ci sia dato di vedere l'inaccessibile luce».
La bellezza del Figlio, dice san Cirillo, si è «maturata nel tempo» perché noi si possa essere «condotti per mano verso la bellezza di colui che la genera» (PG, LXVIII, 1034). È la bellezza maturata nel tempo dell'incarnazione e della passione, bellezza di un viso insanguinato e resuscitato, vincitore della morte, ma attraverso la morte stessa. È la bellezza di colui che è sceso volontariamente nell'inferno, in modo che in lui il «colmo dell'umiliazione» si identifichi al colmo dell'amore. Bellezza segreta, che solo la libertà personale dell'amore può decifrare. Attraverso le lacrime del «rovesciamento della coscienza», l'Uomo di dolore, privo di bellezza secondo questo mondo, si rivela come il trasfigurato. La croce pasquale, in cui la ricerca negativa è sommersa dall'affermazione dell'amore, ci apre «la fiamma delle cose», l'icona del volto. Il cristianesimo è la religione dei volti e solo il volto di Dio nell'uomo ci permette di decifrare il volto di ogni uomo di Dio, di decifrare, nella comunione dei santi, l'enigma dei volti che circondano l'uomo contemporaneo.
Oggi, la testimonianza del Cristo nello Spirito non può più fare a meno di questa terza bellezza. Né la bellezza di Dio senza l'uomo, è un fuoco divorante, e Mosè, per aver intravisto Dio «di spalle» doveva coprire il suo volto; né la bellezza può fare a meno dell'uomo senza Dio, questa via negativa che si rinchiude su se stessa, trasforma la mancanza di conoscenza in assenza e l'istinto assoluto in appetito di distruzione; ma la bellezza di Emanuele-Dio con noi, e dello Spirito Santo-noi con Dio.
Olivier Clément, Riflessioni sull'uomo, 124-126