Un'Italia meno diseguale, sogno per il Natale che viene
di Giannino Piana
L'Italia è oggi il Paese dell'Ocse con il tasso più alto di disuguaglianza sociale. A partire dai primi anni Novanta del secolo scorso, si è infatti innescato un processo di profondo cambiamento dei rapporti industriali e dei parametri di retribuzione, con la tendenza a premiare i livelli più alti e a penalizzare quelli più bassi. Il fallimento dei regimi comunisti, con la conseguente rivincita di una forma di capitalismo selvaggio dove a contare è soltanto il profitto privato, e la perdita di potere del sindacato non potevano che ripercuotersi negativamente sugli strati più deboli della popolazione, accentuando il divario tra ricchi e poveri. La situazione si è fatta sempre più grave e carica di incognite. La crisi economico-finanziaria che stiamo attraversando, destinata a un ulteriore incremento della disoccupazione - l'ufficio studi della Confidustria, che non può essere accusato di previsioni apocalittiche, ha di recente ipotizzato la perdita nei prossimi mesi di altri 250 mila posti di lavoro - e le misure assunte dal Governo, soprattutto attraverso la Finanziaria di Tremonti, le quali prevedono la decurtazione o il blocco degli stipendi di intere categorie del "pubblico" non certo privilegiate, oltre all'inevitabile innalzamento del costo di alcuni servizi a seguito dei tagli alle Regioni e agli enti locali, lasciano chiaramente intravedere l'acutizzarsi delle disparità, con il pericolo che si alimenti una forte conflittualità sociale, la quale non può che avere pesanti ricadute negative anche sul terreno economico. (...) D'altra parte, a esasperare gli animi e ad alimentare la tensione contribuisce, in misura determinante, il confronto tra le prebende sempre più elevate dei manager privati e pubblici e il conseguente tenore di vita da essi praticato - l'escalation che si è verificata in questi ultimi anni è di proporzioni gigantesche con una esponenzialità geometrica - e la situazione di difficoltà di un numero sempre più esteso di lavoratori dipendenti che non riescono a far fronte con i loro salari alle esigenze della propria famiglia. (...) Le stesse forze politiche e sociali più sensibili non sembrano, d'altronde, reagire in termini adeguati a questa situazione di intollerabile ingiustizia, che non ha peraltro nemmeno contribuito a rendere più competitiva l'economia italiana. La gravità del momento implica che si esca rapidamente da questo stato di pesante sperequazione sociale. Che si riporti al centro della vita collettiva - come vuole la nostra Carta costituzionale - il lavoro e i fondamentali diritti a esso connessi, impegnandosi a creare le premesse per la promozione di una società più giusta e più solidale. È questa, d'altronde, anche la grande lezione che si ricava dal messaggio evangelico. La beatitudine della "povertà", con la quale si apre il discorso della montagna (Mt 5,1-12), è invito a fare propria una forma di sobrietà nell'uso dei beni economici che, oltre a contribuire al miglioramento della qualità della vita personale grazie a un'attenzione privilegiata ai beni immateriali e relazionali, è destinata a produrre una più equa distribuzione della ricchezza. La pace, che il Natale ormai vicino offre a tutti gli «uomini di buona volontà», è anche frutto dell'impegno a creare condizioni di maggiore giustizia sociale. A questo impegno siamo tutti chiamati, credenti e non. Con la certezza che la nascita di un mondo più umano arricchisce la vita di tutti e concorre, per chi crede, a consolidare la presenza nella storia del regno del Signore.
di Giannino Piana
L'Italia è oggi il Paese dell'Ocse con il tasso più alto di disuguaglianza sociale. A partire dai primi anni Novanta del secolo scorso, si è infatti innescato un processo di profondo cambiamento dei rapporti industriali e dei parametri di retribuzione, con la tendenza a premiare i livelli più alti e a penalizzare quelli più bassi. Il fallimento dei regimi comunisti, con la conseguente rivincita di una forma di capitalismo selvaggio dove a contare è soltanto il profitto privato, e la perdita di potere del sindacato non potevano che ripercuotersi negativamente sugli strati più deboli della popolazione, accentuando il divario tra ricchi e poveri. La situazione si è fatta sempre più grave e carica di incognite. La crisi economico-finanziaria che stiamo attraversando, destinata a un ulteriore incremento della disoccupazione - l'ufficio studi della Confidustria, che non può essere accusato di previsioni apocalittiche, ha di recente ipotizzato la perdita nei prossimi mesi di altri 250 mila posti di lavoro - e le misure assunte dal Governo, soprattutto attraverso la Finanziaria di Tremonti, le quali prevedono la decurtazione o il blocco degli stipendi di intere categorie del "pubblico" non certo privilegiate, oltre all'inevitabile innalzamento del costo di alcuni servizi a seguito dei tagli alle Regioni e agli enti locali, lasciano chiaramente intravedere l'acutizzarsi delle disparità, con il pericolo che si alimenti una forte conflittualità sociale, la quale non può che avere pesanti ricadute negative anche sul terreno economico. (...) D'altra parte, a esasperare gli animi e ad alimentare la tensione contribuisce, in misura determinante, il confronto tra le prebende sempre più elevate dei manager privati e pubblici e il conseguente tenore di vita da essi praticato - l'escalation che si è verificata in questi ultimi anni è di proporzioni gigantesche con una esponenzialità geometrica - e la situazione di difficoltà di un numero sempre più esteso di lavoratori dipendenti che non riescono a far fronte con i loro salari alle esigenze della propria famiglia. (...) Le stesse forze politiche e sociali più sensibili non sembrano, d'altronde, reagire in termini adeguati a questa situazione di intollerabile ingiustizia, che non ha peraltro nemmeno contribuito a rendere più competitiva l'economia italiana. La gravità del momento implica che si esca rapidamente da questo stato di pesante sperequazione sociale. Che si riporti al centro della vita collettiva - come vuole la nostra Carta costituzionale - il lavoro e i fondamentali diritti a esso connessi, impegnandosi a creare le premesse per la promozione di una società più giusta e più solidale. È questa, d'altronde, anche la grande lezione che si ricava dal messaggio evangelico. La beatitudine della "povertà", con la quale si apre il discorso della montagna (Mt 5,1-12), è invito a fare propria una forma di sobrietà nell'uso dei beni economici che, oltre a contribuire al miglioramento della qualità della vita personale grazie a un'attenzione privilegiata ai beni immateriali e relazionali, è destinata a produrre una più equa distribuzione della ricchezza. La pace, che il Natale ormai vicino offre a tutti gli «uomini di buona volontà», è anche frutto dell'impegno a creare condizioni di maggiore giustizia sociale. A questo impegno siamo tutti chiamati, credenti e non. Con la certezza che la nascita di un mondo più umano arricchisce la vita di tutti e concorre, per chi crede, a consolidare la presenza nella storia del regno del Signore.
in “Jesus” n. 12 del dicembre 2010