Occidente e Islam: dare spazio all'arte contro i pregiudizi
di Paolo Branca
Le testimonianze dell'influsso che la grande cultura araba e islamica ha avuto in Italia persistono, ma un poco sottotraccia: sparse qua e là in tutto il Paese, spesso non adeguatamente riconosciute e valorizzate. Nel 1993 a Venezia si è tenuta una grande esposizione, composta da pezzi provenienti da tutta Italia, a dimostrazione di come, in particolare in epoca medievale e rinascimentale, i contatti con quel mondo fossero usuali in tutte le corti. In questi mesi a Milano è in mostra una corposa collezione privata kuwaitiana. Il Museo di arte orientale a Torino ha recentemente dedicato un settore all'arte islamica ed esibisce diverse opere di pregio (bronzi, ceramiche, opere calligrafiche), per quanto l'attenzione sia rivolta preminentemente all'Estremo Oriente. Tuttavia nel nostro Paese non abbiamo una singola raccolta di cospicue dimensioni: nulla di seppur lontanamente paragonabile a quelle presenti al Louvre, o al British Museum o al Pergamon Museum di Berlino. Eppure in un'epoca in cui giungono molti immigrati dalle regioni islamiche, costituire momenti culturali che ne rievochino la storia potrebbe essere un importante strumento per promuovere il dialogo. Proprio per favorire la reciproca comprensione tra le tre religioni monoteiste alcuni anni fa è stato costituito un Museo a Bertinoro per iniziativa della diocesi di Forlì, cui ho partecipato per la parte islamica, mentre la parte ebraica è stata curata da Mauro Perani, dell'università di Bologna. È nato come evoluzione dell'idea iniziale, di raccogliere ed esporre gli arredi sacri della diocesi; la scelta è poi ricaduta sul dialogo interreligioso, e si è rivelata vincente: il museo è visitato da migliaia e migliaia di persone ogni anno, soprattutto scolaresche, e ha una forte rilevanza sul piano educativo. Quel museo riflette un dato di fatto che purtroppo tendiamo a dimenticare: tutta l'area mediterranea costituisce un'unica koinè culturale, articolata ma indissolubilmente intrecciata. Le tracce degli antichi scambi sono conservati nelle lingue parlate ed è importante portarli alla coscienza delle persone: si pensi a quanti termini italiani hanno origine araba (algebra, algoritmo, alchimia...) a dimostrazione di un influsso culturale sostanziale... e lo stesso vale anche per i Paesi dell'altra sponda. Per esempio, nella prima sura del Corano si dice: «Guidaci sulla via retta»: chi, tra i tanti che con assiduità la recitano, sa che sirat (via) deriva dal latino strata? E gli straccivendoli egiziani che per le vie del Cairo gridano 'bicchia' sanno di usare un vocabolo appreso dagli italiani che praticavano lì quel mestiere ('robavecchia')? Diversa la situazione nella multietnica società statunitense dove vi sono vari centri culturali rivolti al dialogo, favoriti anche dalla coscienza che quello è un Paese di immigrati. Per esempio l'Arab American Museum di Detroit racconta con dovizia di testimonianze (dalle opere d'arte islamica alla valigia dell'esule) la storia dei lavoratori che affluivano all'industria dell'auto. Questo è importante, perché tra le culture vi sia una integrazione e non una assimilazione della più debole nella più forte, come purtroppo avviene ora qui, dove gli immigrati non sono in grado di trasmettere la loro cultura di origine, semplicemente perché neanche loro la conoscono veramente. Né le moschee sono in grado di sopperire, poiché non ne hanno le energie: al proposito ricordo solo un'esposizione curata da Gabriele Mandel alcuni anni fa nella moschea di Segrate, che rievocava il contributo dei grandipensatori arabi alla cultura universale. È un tipo di iniziativa che andrebbe ripreso: perché con i nuovi immigrati si sviluppi un dialogo basato sulla consapevolezza e il rispetto, e non prono al pregiudizio.
di Paolo Branca
Le testimonianze dell'influsso che la grande cultura araba e islamica ha avuto in Italia persistono, ma un poco sottotraccia: sparse qua e là in tutto il Paese, spesso non adeguatamente riconosciute e valorizzate. Nel 1993 a Venezia si è tenuta una grande esposizione, composta da pezzi provenienti da tutta Italia, a dimostrazione di come, in particolare in epoca medievale e rinascimentale, i contatti con quel mondo fossero usuali in tutte le corti. In questi mesi a Milano è in mostra una corposa collezione privata kuwaitiana. Il Museo di arte orientale a Torino ha recentemente dedicato un settore all'arte islamica ed esibisce diverse opere di pregio (bronzi, ceramiche, opere calligrafiche), per quanto l'attenzione sia rivolta preminentemente all'Estremo Oriente. Tuttavia nel nostro Paese non abbiamo una singola raccolta di cospicue dimensioni: nulla di seppur lontanamente paragonabile a quelle presenti al Louvre, o al British Museum o al Pergamon Museum di Berlino. Eppure in un'epoca in cui giungono molti immigrati dalle regioni islamiche, costituire momenti culturali che ne rievochino la storia potrebbe essere un importante strumento per promuovere il dialogo. Proprio per favorire la reciproca comprensione tra le tre religioni monoteiste alcuni anni fa è stato costituito un Museo a Bertinoro per iniziativa della diocesi di Forlì, cui ho partecipato per la parte islamica, mentre la parte ebraica è stata curata da Mauro Perani, dell'università di Bologna. È nato come evoluzione dell'idea iniziale, di raccogliere ed esporre gli arredi sacri della diocesi; la scelta è poi ricaduta sul dialogo interreligioso, e si è rivelata vincente: il museo è visitato da migliaia e migliaia di persone ogni anno, soprattutto scolaresche, e ha una forte rilevanza sul piano educativo. Quel museo riflette un dato di fatto che purtroppo tendiamo a dimenticare: tutta l'area mediterranea costituisce un'unica koinè culturale, articolata ma indissolubilmente intrecciata. Le tracce degli antichi scambi sono conservati nelle lingue parlate ed è importante portarli alla coscienza delle persone: si pensi a quanti termini italiani hanno origine araba (algebra, algoritmo, alchimia...) a dimostrazione di un influsso culturale sostanziale... e lo stesso vale anche per i Paesi dell'altra sponda. Per esempio, nella prima sura del Corano si dice: «Guidaci sulla via retta»: chi, tra i tanti che con assiduità la recitano, sa che sirat (via) deriva dal latino strata? E gli straccivendoli egiziani che per le vie del Cairo gridano 'bicchia' sanno di usare un vocabolo appreso dagli italiani che praticavano lì quel mestiere ('robavecchia')? Diversa la situazione nella multietnica società statunitense dove vi sono vari centri culturali rivolti al dialogo, favoriti anche dalla coscienza che quello è un Paese di immigrati. Per esempio l'Arab American Museum di Detroit racconta con dovizia di testimonianze (dalle opere d'arte islamica alla valigia dell'esule) la storia dei lavoratori che affluivano all'industria dell'auto. Questo è importante, perché tra le culture vi sia una integrazione e non una assimilazione della più debole nella più forte, come purtroppo avviene ora qui, dove gli immigrati non sono in grado di trasmettere la loro cultura di origine, semplicemente perché neanche loro la conoscono veramente. Né le moschee sono in grado di sopperire, poiché non ne hanno le energie: al proposito ricordo solo un'esposizione curata da Gabriele Mandel alcuni anni fa nella moschea di Segrate, che rievocava il contributo dei grandipensatori arabi alla cultura universale. È un tipo di iniziativa che andrebbe ripreso: perché con i nuovi immigrati si sviluppi un dialogo basato sulla consapevolezza e il rispetto, e non prono al pregiudizio.
in “Avvenire” del 12 dicembre 2010