«Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono» (Mt 21,34-35).

v. 34: "inviò i suoi servi". Invece di «servo», in greco c'è «schiavo». Lo schiavo è proprietà del suo signore. Schiavi sono i profeti, che appartengono a Dio, come Dio appartiene a loro (cf. Ct 2,16; 6,3; 7,11). Essere l'uno dell'altro per amore, è la vita stessa del Padre e del Figlio, e di chiunque ha il suo Spirito. I profeti vivono il medesimo dramma del loro Signore che li manda. Vedi in particolare Elia, Geremia e il Battista (cf. 16,14). Sono inviati ai fratelli come testimoni, martiri dell'amore che chiama a conversione.

Oltre l'istituzione del tempio e della monarchia, comune a tutti i popoli - il re rappresenta Dio in terra e il tempio gli garantisce la protezione di Dio - in Israele c'è un'anti-istituzione: il profetismo. Il profeta è contro ogni sacralizzazione e assolutizzazione del tempio e della legge, e, a maggior ragione, del re, che dovrebbe rispettarla. Egli è contro la violenza religiosa e politica: richiama alla fraternità, ricordando al re l'osservanza della legge, e agli osservanti della legge l'amore di Dio e del prossimo.

"per prenderne i frutti". Il Signore ha «fame» del frutto della vigna (21,18), come ha «bisogno» dell'asina (21,3). Egli desidera che l'uomo, suo figlio, si realizzi nell'amore e nella libertà di servire, come lui.

v. 35: "presi i suoi servi, ecc". È la sorte dei profeti (cf. 23,29-32): portando la mitezza del Padre, sono preda della violenza dei fratelli. Sono martiri, testimoni insieme del nostro male e del suo amore: sono i giusti, prefigurazione del Giusto, sul quale ricade l'ingiustizia (cf. Sap 2,12-20). Nelle loro ferite si spurga la virulenza della nostra cattiveria (cf. Is 53,1-12); nel loro silenzio si spegne la nostra menzogna. Chi opera il bene - può parere scandaloso - non resta mai impunito!

Noi, invece di ascoltare la voce dei profeti, tagliamo loro la gola.


p. Silvano Fausti, Una comunità legge il vangelo di Matteo, 428