Eritrea. La tragedia nel deserto del Sinai vista dagli occhi di un missionario

Hanno ucciso la speranza

Sedici anni non sono proprio come un batter di ciglia. Soprattutto quando questo tempo è passato in un altro Paese, l'Eritrea, dove ho vissuto la gioia della liberazione e la sofferenza di una guerra... continua. Un missionario non è un sociologo o un politologo, è semplicemente una persona che vive con la gente, con i giovani e i ragazzi, come sono stato chiamato a fare io, in Asmara. Se i primi anni, dopo il 1993, anno del referendum e della ufficiale “liberazione”, sono stati caratterizzati dalla gioia e dall'entusiasmo, ora si è passati ad una stagione che definirei “senza speranza”. Quello che a noi appare come emergenza, lì è quotidianità. Tuttora non riesco a capire come faccia una famiglia a vivere, senza lavoro, senza reddito, con tanti figli da mantenere. Eppure la disperazione di chi cerca di uccidersi per la povertà è rara; sono casi unici quelli dei ragazzi che abbiamo soccorso e alloggiato da noi perché la mamma, sordomuta, con l'affitto di casa sempre più alto da pagare e un marito senza lavoro e quattro figli da mantenere, ha cercato di togliersi la vita. Ciò che fa più stupore e che spaventa maggiormente è proprio la mancanza di speranza. Ne sono vittime, ad esempio, i giovani che