Quando non c'è posto per il povero non c'è posto per Dio

di Maria Cristina Bartolomei

Tira un nuovo, forte vento nel nostro Paese e in Europa. Un vento originato da una tendenza a espellere. Per l'Italia, è un nuovo accento, rispetto alla tendenza che ha caratterizzato gli anni passati, e che si esprimeva in provvedimenti e comportamenti tesi piuttosto a impedire che persone diverse per etnia, cultura e religione si insediassero in modo stabile nel nostro Paese. Ora si arriva a espellere persone avviandole a un destino oscuro, di sevizie e di morte, verso Paesi che impediscono i controlli Onu. Oppure si "sgombrano" anche in pieno inverno insediamenti provvisori di esseri umani, inclusi bambini, talora cittadini italiani, senza offrire alcun tetto alternativo. Non importa dove vanno a finire. In generale, in Europa, le espulsioni stanno ora riguardando in modo specifico e concentrato i Rom. In altri Paesi, si tende a espellere i frontalieri, dopo decenni di pacifica convivenza. Ma questo fenomeno, drammatico ed eclatante, non è un caso isolato. Va compreso come conseguenza di alcuni atteggiamenti di fondo, che spingono anche ad altri comportamenti individuali e sociali e che possono dar origine a fatti sempre più gravi. Il buttar fuori, l'espellere sono indispensabili alla nostra vita fisica (a cominciare dal respiro) e per non farci soffocare dall'accumulo di cose. Queste ultime le buttiamo via non solo perché e quando sono rotte, usurate, inservibili. Ma più in generale: quando non corrispondono più a quel che siamo. Possono essere giocattoli o libri dell'infanzia, abiti passati di moda o non più adatti alla nostra età, taglia o scelte di vita (come s. Francesco si spogliò dei suoi abiti); oggetti di casa che corrispondono a fasi ormai superate o che si vuole allontanare. Quegli oggetti non vengono eliminati solo per motivi pratici, ma anche perché ci restituiscono un'immagine di noi stessi in cui non ci riconosciamo più. Per loro non c'è posto non solo nei nostri armadi, ma prima di tutto dentro di noi. Essi sono, in un certo senso, un attacco alla nostra identità, al «caro vecchio io», come formula il filosofo Kant, al quale siamo sopra ogni altra cosa attaccati. Qualcosa di simile si mostra nell'ondata espulsiva che attraversa l'Europa e il nostro Paese. Improvvisamente, stranieri, forestieri e anche ospiti radicati tra noi sono di troppo. Li si vuole buttar fuori, a cominciare dai più poveri e resi più indifesi dal non aver casa, patria in nessun luogo. Un drammatico contrasto per popoli che si pretendono cristiani, ma non riconoscono d'essere essi per primi «forestieri e ospiti» ( I Pt 1,17) su questa terra che è di Dio (Lev 25,23). Ci sono lingue in cui, per interrogarsi sulla salute, non si chiede: «Che cos'hai», ma: «Che cosa ti manca?». Un importante indizio che il disturbo non è in primo luogo qualcosa che si aggiunge negativamente dall'esterno, ma un sintomo che manca qualcosa all'interno del nostro organismo: difese immunitarie, produzione di sangue, capacità muscolare, ecc. ecc. E allora sorge spontanea la domanda: che cosa manca alla Francia, all'Italia, all'Europa e a ognuno di noi, così che non sappiamo accogliere, contenere, ma pensiamo di essere autorizzati e anzi obbligati per nostra legittima difesa a buttar fuori chi è di troppo tra noi, e che vediamo come nemico, parassita, insidia alla nostra identità (e benessere)? Una domanda che porta con sé la risposta. Ci manca la capacità di entrare in relazione, che è la base, l'ordito e la trama dell'esistere. Non riusciamo neppure a entrare in relazione corretta con il nostro ambiente, che rendiamo sempre più invivibile e pericoloso per noi stessi. Ma le relazioni più strette, basilari, personali e familiari, da cui nasciamo e in cui viviamo, se vissute bene, ci avviano alla relazione con ogni altro in cui ci viene incontro l'Altro per eccellenza, che è al tempo stesso «più interno del mio stesso intimo» (Agostino, Confessioni, III, 6.11). Tutti abbiamo bisogno di rinforzarci in questa capacità. La cosa grave è che oggi la sua mancanza non viene riconosciuta come tale, come una debolezza, fonte di gravissime colpe e drammi. Viene invece esaltata come forza. Forza di identità. Un nuovo, strampalato idolo cui ci prosterniamo, ignorando che l'identità è viva solo se cresce e cambia nelle relazioni, se è capace di variare, di trasformarsi: così diventa sempre di nuovo sé stessa. Altrimenti è una cosa morta. Nel racconto simbolico del Natale, un elemento importante è che «non c'era posto per loro nell'albergo» (Lc 2,7). Nella città per eccellenza - simbolo del tessuto delle strutture, istituzioni e identità umane, della nostra storia, coscienza, politica, religione - non ci sarà posto per Gesù, che sarà crocifisso al di fuori di essa. Quando nell'albergo del nostro cuore e della nostra società non c'è posto per il forestiero e il povero, non c'è posto per Dio. Questa "cifra" significa, anche per chi non crede, che non c'è posto per noi stessi, per la nostra vita autentica.

in “Jesus” n. 12 del dicembre 2010