A Mariam piaceva ricevere visite alla kolba. L'arbab del villaggio con i suoi doni, Bibi jo con la sua anca dolorante e gli interminabili pettegolezzi e, naturalmente, il Mullah Fai-zullah. Ma non c'era nessuno - nessuno - che Mariam aspettasse con il desiderio che riservava a Jalil.

Incominciava a sentirsi agitata il martedì sera. Dormiva male, preoccupata che qualche complicazione negli affari impedisse a Jalil di venire il giovedì, nel qual caso lei avrebbe dovuto aspettare ancora un'intera settimana prima di vederlo. Il mercoledì continuava a girare attorno alla kolba, gettando distrattamente il mangime nella stia delle galline. Faceva passeggiate senza meta, cogliendo petali di fiore e dando manate alle zanzare che le pizzicavano le braccia. Infine, il giovedì, non poteva far altro che sedersi contro il muro, con gli occhi incollati al torrente, e aspettare. Se Jalil era in ritardo, a poco a poco si lasciava prendere dal panico. Sentiva le ginocchia piegarsi e doveva andare a stendersi.

Poi Nana la chiamava: «Eccolo, tuo padre. In tutto il suo splendore».

Mariam balzava in piedi quando lo scorgeva che saltava da una pietra all'altra del torrente, tutto sorrisi e agitar di braccia. Sapeva che Nana la osservava e valutava le sue reazioni, perciò si sforzava sempre di rimanere ferma sulla soglia, di aspettare, di non corrergli incontro, ma di restare a guardarlo mentre, pian piano, avanzava verso di lei. Si tratteneva e, pazientemente, lo osservava mentre si apriva la strada nell'erba alta, la giacca gettata sulla spalla, la cravatta rossa che svolazzava alla brezza.

Quando Jalil raggiungeva la radura, gettava la giacca sul tandur e apriva le braccia. Mariam partiva a passo lento, poi finalmente gli correva incontro e lui l'afferrava al volo sotto le ascelle e la gettava in alto. Mariam strillava.

Sospesa in aria, vedeva il viso di Jalil rivolto verso l'alto, il suo ampio sorriso sghembo, l'attaccatura a V dei capelli, la fossetta sul mento - un perfetto ricettacolo per la punta del suo mignolo - i denti, i più candidi in una città di molari guasti. Le piacevano i suoi baffi curati, e le piaceva che, indipendentemente dal tempo, indossasse sempre un elegante completo quando veniva in visita - marrone scuro, il suo colore preferito, con il triangolo bianco del fazzoletto nel taschino della giacca -, e anche i gemelli, e la cravatta, di solito rossa, che amava portare allentata. Mariam vedeva il proprio riflesso negli occhi castani di Jalil: i capelli al vento, il viso in fiamme per l'eccitazione e il cielo sullo sfondo. (...)

Quando veniva l'ora della partenza, Mariam rimaneva immobile sulla soglia e lo osservava attraversare la radura, svuotata al pensiero della settimana che, come un masso inamovibile, si frapponeva tra lei e la prossima visita del padre. Mariam tratteneva il fiato nel vederlo andar via. Teneva il respiro e, dentro di sé, contava i secondi. Si figurava che per ogni secondo in cui non respirava, Dio le avrebbe concesso un altro giorno con Jalil.


Khaled Hosseini, Mille splendidi soli, 30-31; 33-34