Il libro di Vladimiro Polchi,
Blacks out. 20 marzo, ore 00.01. Un giorno senza immigrati.
20 marzo 2010. Ore 00.01. È il caos, anzi la paralisi. I cantieri edili si fermano di colpo. Chiudono le fabbriche. L'industria manifatturiera spegne le macchine. Vuoti i mercati ortofrutticoli. Restano abbandonati i grandi campi di pomodori in Puglia. Nelle grandi città, la metà dei muratori parla romeno. In Abruzzo, il 90 per cento dei pastori è macedone. In Val d'Aosta, a fare la fontina sono i migranti: nei trecento alpeggi della regione, gli italiani sono meno del 10 per cento. In Emilia Romagna, tra gli addetti al Parmigiano Reggiano, uno su tre è indiano. I lavoratori stranieri sono decisivi nella produzione del prosciutto di Parma, della mozzarella di bufala a Caserta, del Brunello di Montalcino e dei vini doc nella provincia di Cuneo. E ancora: chiudono ristoranti, alberghi e pizzerie. Tra le famiglie si scatena il panico: scompaiono badanti, colf e babysitter. È boom di ricoveri d'anziani e disabili negli ospedali. La sanità è in tilt: quella privata, dove lavorano quasi centomila infermieri stranieri, e quella pubblica, che si avvale del loro lavoro tramite cooperative e piccole società di servizi. Si fermano i campionati di calcio, basket e pallavolo. Molte parrocchie restano senza prete. Tremano le casse dell'lnps. Quale catastrofe si è abbattuta sull'Italia? Nessuno se la aspettava. Eppure, quei manifesti erano apparsi ovunque. "Blacks Out. 20 marzo, ore 00.01". Di colpo erano scomparsi. Tutti.
Questo libro è una via di mezzo tra un romanzo, frutto della fantasia dell'autore, e un saggio. In gergo televisivo sarebbe una docu-fiction, un continuo alternarsi di finzione e realtà. Vladimiro Polchi, giornalista, autore televisivo e teatrale, specializzato sui temi dell'immigrazione e della sicurezza, ha immaginato la cronaca di una giornata particolare, raccontando lo sciopero degli immigrati, di tutti quei lavoratori stranieri che tengono in piedi l'Italia. La finzione è lo scheletro di questo libro, la realtà sono i muscoli e i nervi, che danno corpo al testo: le storie degli immigrati, le interviste, le inchieste , i dati statistici.
L'avvincente narrazione di questo 20 marzo 2010 comincia con il risveglio di un cronista, Valentino, che si ritrova con la casa nel caos perché Mary, la collaboratrice domestica filippina che lo sveglia sempre alle otto con i cornetti caldi, quel giorno non arriva. Il protagonista si reca subito al bar sotto casa, e scopre che brioche e latte fresco quel giorno non sono stati consegnati. Dall'edicolante i giornali non sono arrivati, il quartiere pare assonnato, alcune pizzerie a taglio sono chiuse, la saracinesca del fruttivendolo gestito dai fratelli pakistani è abbassata. Così anche la pompa di benzina della Erg, sotto la redazione, è chiusa: nessuna tracccia del ragazzo indiano che da qualche mese ci lavorava. Il giornalista si reca subito al giornale per cui scrive per capire cosa stia accadendo. Due notizie d'agenzia cominciano a far capire qualcosa: “Confindustria Veneto: 60% delle fabbriche ferme”, batte l'Ansa alle 9.40 e l'Agi aggiunge “Veneto, allarme degli industriali: ferme sei imprese su dieci”. Pare che tutti i lavoratori non italiani non si siano presentati al lavoro.
Il racconto su questo ipotetico sciopero nazionale di tutti gli immigrati con lo slogan Blacks out si snoda analizzando la giornata del protagonista e di altri personaggi, suoi colleghi, familiari e conoscenti del quartiere. I dati e le cifre che vengono esposti sono tutti veri. Scopriamo così che il primo settore ad arrestarsi sarebbe quello delle costruzioni, soprattutto nelle grandi città, dove la manodopera straniera è il 50%. Poi, scrive Polchi, toccherebbe all'industria manifatturiera, tessile, metalmeccanica, alimentare, dove hanno un ruolo chiave spesso insostituibile (come gli addetti ai forni a ciclo continuo delle ceramiche). Quindi toccherebbe all'agricoltura, per la raccolta della frutta e dei pomodori, e alla macellazione degli animali, tanto che comincerebbero a mancare le merci nei mercati. Per non parlare di ristoranti, pizzerie, alberghi e di tutte le famiglie che resterebbero senza badanti o baby-sitter, e delle cliniche, che andrebbero in crisi senza gli oltre centomila infermieri stranieri.
Blacks out. 20 marzo, ore 00.01. Un giorno senza immigrati.
20 marzo 2010. Ore 00.01. È il caos, anzi la paralisi. I cantieri edili si fermano di colpo. Chiudono le fabbriche. L'industria manifatturiera spegne le macchine. Vuoti i mercati ortofrutticoli. Restano abbandonati i grandi campi di pomodori in Puglia. Nelle grandi città, la metà dei muratori parla romeno. In Abruzzo, il 90 per cento dei pastori è macedone. In Val d'Aosta, a fare la fontina sono i migranti: nei trecento alpeggi della regione, gli italiani sono meno del 10 per cento. In Emilia Romagna, tra gli addetti al Parmigiano Reggiano, uno su tre è indiano. I lavoratori stranieri sono decisivi nella produzione del prosciutto di Parma, della mozzarella di bufala a Caserta, del Brunello di Montalcino e dei vini doc nella provincia di Cuneo. E ancora: chiudono ristoranti, alberghi e pizzerie. Tra le famiglie si scatena il panico: scompaiono badanti, colf e babysitter. È boom di ricoveri d'anziani e disabili negli ospedali. La sanità è in tilt: quella privata, dove lavorano quasi centomila infermieri stranieri, e quella pubblica, che si avvale del loro lavoro tramite cooperative e piccole società di servizi. Si fermano i campionati di calcio, basket e pallavolo. Molte parrocchie restano senza prete. Tremano le casse dell'lnps. Quale catastrofe si è abbattuta sull'Italia? Nessuno se la aspettava. Eppure, quei manifesti erano apparsi ovunque. "Blacks Out. 20 marzo, ore 00.01". Di colpo erano scomparsi. Tutti.
Questo libro è una via di mezzo tra un romanzo, frutto della fantasia dell'autore, e un saggio. In gergo televisivo sarebbe una docu-fiction, un continuo alternarsi di finzione e realtà. Vladimiro Polchi, giornalista, autore televisivo e teatrale, specializzato sui temi dell'immigrazione e della sicurezza, ha immaginato la cronaca di una giornata particolare, raccontando lo sciopero degli immigrati, di tutti quei lavoratori stranieri che tengono in piedi l'Italia. La finzione è lo scheletro di questo libro, la realtà sono i muscoli e i nervi, che danno corpo al testo: le storie degli immigrati, le interviste, le inchieste , i dati statistici.
L'avvincente narrazione di questo 20 marzo 2010 comincia con il risveglio di un cronista, Valentino, che si ritrova con la casa nel caos perché Mary, la collaboratrice domestica filippina che lo sveglia sempre alle otto con i cornetti caldi, quel giorno non arriva. Il protagonista si reca subito al bar sotto casa, e scopre che brioche e latte fresco quel giorno non sono stati consegnati. Dall'edicolante i giornali non sono arrivati, il quartiere pare assonnato, alcune pizzerie a taglio sono chiuse, la saracinesca del fruttivendolo gestito dai fratelli pakistani è abbassata. Così anche la pompa di benzina della Erg, sotto la redazione, è chiusa: nessuna tracccia del ragazzo indiano che da qualche mese ci lavorava. Il giornalista si reca subito al giornale per cui scrive per capire cosa stia accadendo. Due notizie d'agenzia cominciano a far capire qualcosa: “Confindustria Veneto: 60% delle fabbriche ferme”, batte l'Ansa alle 9.40 e l'Agi aggiunge “Veneto, allarme degli industriali: ferme sei imprese su dieci”. Pare che tutti i lavoratori non italiani non si siano presentati al lavoro.
Il racconto su questo ipotetico sciopero nazionale di tutti gli immigrati con lo slogan Blacks out si snoda analizzando la giornata del protagonista e di altri personaggi, suoi colleghi, familiari e conoscenti del quartiere. I dati e le cifre che vengono esposti sono tutti veri. Scopriamo così che il primo settore ad arrestarsi sarebbe quello delle costruzioni, soprattutto nelle grandi città, dove la manodopera straniera è il 50%. Poi, scrive Polchi, toccherebbe all'industria manifatturiera, tessile, metalmeccanica, alimentare, dove hanno un ruolo chiave spesso insostituibile (come gli addetti ai forni a ciclo continuo delle ceramiche). Quindi toccherebbe all'agricoltura, per la raccolta della frutta e dei pomodori, e alla macellazione degli animali, tanto che comincerebbero a mancare le merci nei mercati. Per non parlare di ristoranti, pizzerie, alberghi e di tutte le famiglie che resterebbero senza badanti o baby-sitter, e delle cliniche, che andrebbero in crisi senza gli oltre centomila infermieri stranieri.