Vediamo adesso alcuni passaggi caratteristici della conoscenza di Dio. Prendiamo l'esempio classico di Mosè nel deserto davanti al roveto ardente. Mosè si trova di fronte all'ultimo mistero della vita. Mosè camminava nel deserto, rifletteva e tornava continuamente davanti al mistero, negli abissi dove l'uomo è attaccato alla vita.

E la reazione di Mosè davanti al roveto che brucia ma non si consuma è quella classica, convenzionale, quella cioè dei raziocinio che si alza sopra le altre dimensioni dell'uomo: incuriosito, Mosè vuole andare a vedere di che cosa si tratta. Ecco l'atteggiamento della ragione analitica protesa al dominio Infatti, tutto ciò che si capisce si può dominare. C'è in noi questa pericolosa attitudine del raziocinio non purificato di smontare, di smembrare, di isolare per spiegare. Mosè di fatto si sta avvicinando al mistero con tale atteggiamento.

Ma a questo punto si fa sentire il Signore. Pensiamo al rischio che avrebbe corso Mosè se Dio non si fosse fatto sentire. Sarebbe andato a vedere, avrebbe visto qualcosa e ne avrebbe dato una spiegazione pensando di aver capito, ma sarebbe rimasto nell'ignoranza e - soprattutto - nella solitudine. Avrebbe avuto, sì, alcune nozioni in più, si sarebbe fatto un'idea di quello che vedeva davanti ai suoi occhi, si sarebbe dato una spiegazione, ma sarebbe rimasto solo. Le spiegazioni, le idee che ci si fanno, non sono il luogo in cui Dio si fa ospite, si rende presente.

Dio dal roveto dice praticamente a Mosè che, si, può avvicinarsi, ma non al modo in cui Mosè pensa. Deve avvicinarsi tenendo conto di colui che è nel roveto. È la necessità della purificazione del raziocinio. Il raziocinio deve rientrare nell'intelletto, nel cuore, per poter riconoscere l'altro e tenerne conto. Infatti, tutto in Mosè acquista  i tratti del rispetto tipico del riconoscimento dell'altro, a tal punto che questo atteggiamento si "fisicizza" in gesti concreti. Si toglie i sandali, perché ormai è conscio che non si tratta solo di un roveto che brucia, ma che è come se si trovasse nella dimora di Dio. Addirittura la terra è santa, è piena della presenza di colui che paria. Non solo: tutte le generazioni precedenti a Mosè - da Isacco, Giacobbe, fino ad Abramo - sono lì presenti. Mosè si trova avvolto in un rispetto immenso per la terra e per la storia. Si percepisce come parte della terra e della discendenza.

Ecco una straordinaria visione dell'insieme, della comunitarietà. Ed ecco anche la percezione di sé come non in grado di conoscere, da cui il bisogno di velarsi il volto. Vediamo come il raziocinio debba purificarsi, rientrando nell'insieme della persona, perché tutto in Mosè partecipi a questa rivelazione. Non è Mosè che conosce Dio, ma è Mosè che, purificandosi e soprattutto calando il raziocinio nel cuore, si dispone a quel rispetto tipico del riconoscimento radicale che gii permetterà di accogliere la rivelazione di Dio. Non si può conoscere Dio senza Dio.

Mosè inizia, sì, quasi come se Dio non ci fosse, o come se fosse un oggetto a disposizione della curiosità umana, ma entra nella conoscenza quando fa dei gesti concreti di riconoscimento del Signore.


M.I. Rupnik, Dire l'uomo I, 124-126