Beato chi ride perché andrà in paradiso

L'umorismo di Moni Ovadia contro il fondamentalismo

di Giuseppe Cantarano

Mentre due maestri rabbini osservano della gente in una piazza di mercato,uno chiede all'altro chi, tra quelle persone, andrà in Paradiso. «I due saltimbanchi», risponde il primo. «E perché?» - chiede il secondo. «Perché fanno ridere la gente», risponde l'altro. È con questo racconto - tratto da un Midrash - che Moni Ovadia chiude «Difendere Dio». Eh già. Perché il riso possiede non solo la potenza trasformatrice che scardina il pigro conformismo. Come il riso di Abramo e Sara. Quando increduli e stupiti ascoltano l'annuncio che avranno un figlio. Abramo, vecchio di cent'anni. E Sara, novantenne da sempre sterile. Chiameranno, poi, Isacco il loro figlio. Che in ebraico vuol dire «colui che riderà». Oltre a demolire il pregiudizio della «sterilità senile» che ha disimparato a pensare l'impossibile - dice Moni Ovadia - l'umorismo possiede anche una funzione anti-idolatrica. Attraverso la quale, se non proprio sconfiggere, possiamo perlomeno demistificare la vocazione del potere. Che è quella di «tenere gli uomini in soggezione». Con il terrore, spesso. Ma anche con le perfide seduzioni. È con il riso che possiamo difendere Dio dalle ricorrenti idolatrie. Che nel corso della storia, assumendo talvolta il volto rassicurante dell'ortodossia, hanno utilizzato il divino per scopi fin troppo mondani. Per puri fini di potere. Anche politico. Gott mit uns, era la blasfema e idolatrica scritta che Hitler fece imprimere sulla bandiera del Terzo Reich. Difendere Dio dalle idolatrie. Senza la tentazione di sostituirsi a lui. Senza il rischio idolatrico di ergersi a «crociati di Dio». Non si tratta - osserva Moni Ovadia - di sostituirsi diabolicamente a Dio. Ma di emularlo nella nostra quotidiana esistenza.

in “l'Unità” del 23 gennaio 2010