Il cristiano che soffre è anzitutto un uomo che soffre! Proprio per questo lo sguardo che la fede cristiana porta sulla malattia non può farsi ispiratore di atteggiamenti inumani: sia nel senso di produrre una colpevolizzazione del malato, sia nel condurlo a proclamare la malattia un "privilegio" perché unisce più strettamente al Cristo sofferente, o a vedere in essa lo strumento con cui Dio corregge il peccatore, o con cui l'uomo vede accresciuto il proprio merito, e così via. Il fatto che la sofferenza, il male e la morte siano stati abitati da Cristo e che pertanto anche le situazioni di malattia e di sofferenza possano nella fede essere vissute con e in Cristo, non toglie certo quel volto "nemico" che è ineliminabile dalla malattia e che impegna il cristiano anzitutto alla lotta e alla resistenza contro di essa.
Ciò che più colpisce nell'evoluzione dell'atteggiamento della chiesa nei confronti della malattia dalle origini ai nostri giorni è quel "ribaltamento" che sembra doversi situare nel XII secolo e di cui è stato scritto: "In tutto il periodo precedente della storia cristiana, la cura dei malati assicura principalmente il merito e la santificazione di coloro che sono in buona salute. A iniziare dal XII secolo, è la prova stessa che viene considerata come una fonte di merito e di santità per colui che la sopporta" (H.-R. Philippeau, La maladie..., 53-54). La malattia, da elemento negativo da cui Gesù libera guarendo i malati, diviene ambito di comunione mistica con Cristo e mezzo di identificazione con lui: dall'immagine del Gesù medico, del Gesù che guarisce, si passa a quella del Crocifisso a cui il malato stesso si assimila tramite la malattia. Questo trapasso avrà conseguenze notevoli sulla spiritualità cristiana del secondo millennio, nel periodo della chiesa divisa, e sull'atteggiamento nei confronti della malattia: dimenticanza dell'elemento pneumatico, cristocentrismo e perfino cristomonismo, influenza della teologia della "soddisfazione", sono elementi che possono aver provocato il nascere di "ideologie spirituali" sulla malattia, distanti dalla freschezza dell'annuncio evangelico e dalla comprensione dei Padri della chiesa. In termini sarcastici così si esprimeva (alla fine degli anni '40, in un testo certamente datato, ma nondimeno significativo) Philippeau: "I giganti dell'ascesi primitiva, da sant'Antonio a san Gerolamo e anche oltre, si sarebbero certamente molto stupiti se avessero potuto intravedere nelle età ancora lontane a venire, le Suore cieche di San Paolo, le Serve di Gesù crocifisso o anche certi settori dell'Azione Cattolica per i quali la malattia o l'infermità permanente diviene l'asse centrale della spiritualità, così che non solo non vi si domanda la guarigione, ma se questa si verificasse, sarebbe sentita come una catastrofe in grado di rimettere in causa la vocazione individuale a tale forma determinata di vita attiva o contemplativa" (p. 57). Noi non possiamo dimenticare che "nessuna immagine si è impressa così profondamente nella tradizione cristiana primitiva come quella di Gesù grande medico", al punto che ne troviamo innumerevoli tracce nei testi dei Padri della chiesa e che da essa è scaturita una tradizione di preghiere rivolte al Cristo medico. Nel suo ministero storico nei confronti dei malati Gesù ha sempre "detto di no" al male, ha lottato contro il male, ha curato e guarito i malati. Quando Matteo afferma che in Gesù si compiono le parole riguardanti il Servo sofferente che "ha preso su di sé le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie" (Is 53,4; Mt 8,17), lo fa in un contesto nel quale appare che Gesù guarisce sia i malati fisici che quelli psichici, gli "indemoniati" (Mt 8,16). Questa istanza di lotta per la guarigione dalla malattia è dunque l'elemento spirituale, sia cristiano che antropologico, fondamentale.
Ciò che più colpisce nell'evoluzione dell'atteggiamento della chiesa nei confronti della malattia dalle origini ai nostri giorni è quel "ribaltamento" che sembra doversi situare nel XII secolo e di cui è stato scritto: "In tutto il periodo precedente della storia cristiana, la cura dei malati assicura principalmente il merito e la santificazione di coloro che sono in buona salute. A iniziare dal XII secolo, è la prova stessa che viene considerata come una fonte di merito e di santità per colui che la sopporta" (H.-R. Philippeau, La maladie..., 53-54). La malattia, da elemento negativo da cui Gesù libera guarendo i malati, diviene ambito di comunione mistica con Cristo e mezzo di identificazione con lui: dall'immagine del Gesù medico, del Gesù che guarisce, si passa a quella del Crocifisso a cui il malato stesso si assimila tramite la malattia. Questo trapasso avrà conseguenze notevoli sulla spiritualità cristiana del secondo millennio, nel periodo della chiesa divisa, e sull'atteggiamento nei confronti della malattia: dimenticanza dell'elemento pneumatico, cristocentrismo e perfino cristomonismo, influenza della teologia della "soddisfazione", sono elementi che possono aver provocato il nascere di "ideologie spirituali" sulla malattia, distanti dalla freschezza dell'annuncio evangelico e dalla comprensione dei Padri della chiesa. In termini sarcastici così si esprimeva (alla fine degli anni '40, in un testo certamente datato, ma nondimeno significativo) Philippeau: "I giganti dell'ascesi primitiva, da sant'Antonio a san Gerolamo e anche oltre, si sarebbero certamente molto stupiti se avessero potuto intravedere nelle età ancora lontane a venire, le Suore cieche di San Paolo, le Serve di Gesù crocifisso o anche certi settori dell'Azione Cattolica per i quali la malattia o l'infermità permanente diviene l'asse centrale della spiritualità, così che non solo non vi si domanda la guarigione, ma se questa si verificasse, sarebbe sentita come una catastrofe in grado di rimettere in causa la vocazione individuale a tale forma determinata di vita attiva o contemplativa" (p. 57). Noi non possiamo dimenticare che "nessuna immagine si è impressa così profondamente nella tradizione cristiana primitiva come quella di Gesù grande medico", al punto che ne troviamo innumerevoli tracce nei testi dei Padri della chiesa e che da essa è scaturita una tradizione di preghiere rivolte al Cristo medico. Nel suo ministero storico nei confronti dei malati Gesù ha sempre "detto di no" al male, ha lottato contro il male, ha curato e guarito i malati. Quando Matteo afferma che in Gesù si compiono le parole riguardanti il Servo sofferente che "ha preso su di sé le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie" (Is 53,4; Mt 8,17), lo fa in un contesto nel quale appare che Gesù guarisce sia i malati fisici che quelli psichici, gli "indemoniati" (Mt 8,16). Questa istanza di lotta per la guarigione dalla malattia è dunque l'elemento spirituale, sia cristiano che antropologico, fondamentale.
Enzo Bianchi, Accanto al malato, 21-25