Coda: «Purifichiamo la fede, nuovi linguaggi per dire Dio»
intervista a mons. Piero Coda a cura di Lorenzo Fazzini
Mai Dio senza l'altro. Facendosi coinvolgere nei silenzi e parole dei non credenti. Perchè questa è l'economia della salvezza di Cristo. Piero Coda, presidente dell'Associazione teologica italiana , è «entusiasta» del «cortile dei gentili» quale metafora di quel confronto che l'attuale pontefice chiede con i non credenti.
Quale la dinamica di questo dialogo?
«Quando è condotto senza intenzionalità ideologiche, il dialogo chiede al credente una testimonianza coerente di vita e di intelligenza del Dio fattosi uomo in Gesù Cristo. Il Concilio afferma che c'è bisogno di una purificazione della fede: ciò significa liberarla dalle incrostazioni desuete accumulatesi nei secoli perché brilli oggi nella sua luce sempre attuale ».
Quali le 'incrostazioni' più urgenti da purificare?
«Penso a quanto Giovanni XXIII diceva nell'indire il Concilio, ovvero il concetto di aggiornamento: la sostanza della fede è immutabile, mentre il linguaggio che la esprime va plasmato sintonizzandosi sui segni dei tempi. Viviamo una situazione di epocale transizione culturale. Abbiamo ereditato una forma di chiesa radicata nel tardo Medioevo: la modernità, la società plurale, l'innovazione tecnologica, i movimenti migratori provocano la Chiesa a essere più plastica, affinché vi giochino il loro ruolo attivo tutti gli stati di vita. Urge far spazio a una coscienza cristianamente formata secondo il vangelo e la dottrina cristiana che penetri tutte le realtà antropologiche e sociali. Serve più spazio alla dimensione femminile. C'è bisogno insomma di più profezia come testimonianza della novità evangelica e come espressione di pluralità».
Il dibattito culturale è segnato dai 'nuovi atei'. Da essi vi sono contributi positivi al confronto tra laici e cristiani?
«Mi sembra che l'atteggiamento aggressivo di alcuni autori abbia caratteristiche diverse rispetto all'ateismo di forte convinzione e di fragile ideologia degli anni Sessanta. Tale atteggiamento, a mio parere, nasce da due prospettive: esiste un ritorno ideologico corrosivo, regressivo e non produttivo contro la tradizione cristiana; e c'è un disincanto per cui la testimonianza di Dio offerta dalla Chiesa non intercetta le domande più profonde. Vi è qui una richiesta ai credenti di maggior radicalità non solo esistenziale ma anche culturale. La cultura cristiana è a un punto cruciale: o si rifonda a partire dall'evento di Gesù Cristo morto e risorto, e vivo nella storia, oppure decade ed è emarginata. Il cristianesimo può offrire al mondo una nuovissima fioritura di sé. A un recente dibattito il filosofo della scienza Orlando Franceschelli, parlando della proposta cristiana, diceva: 'Non ci siamo ancora detti il meglio'. Dobbiamo trovare nuovi linguaggi, argomentazioni e concettualizzazioni per i nostri interlocutori: la loro attesa è così profonda che altrimenti resta delusa».
Come riuscire a dire Dio oggi?
«Non si può dire Dio senza l'altro. Non posso parlare di Dio senza che colui al quale mi rivolgo entri a determinare il mio dire. Sono chiamato ad ascoltare il silenzio, la parola e il grido dell'altro. Devo accogliere quel che lui mi dice, anche nella sua critica. Questo atteggiamento ha un fondamento teologico: il Dio di Gesù dice la sua Parola all'uomo al punto da farsi uomo, anzi il grido dell'uomo».
Cosa significa questo nel nostro contesto culturale?
«Ad esempio, non si può dire Dio senza quel che la scienza e le sue scoperte sull'universo ci comunicano. Dire Dio passa sempre attraverso una determinata concezione cosmologica. Dante ci ha parlato di Lui secondo la visione dell'universo del suo tempo. Oggi non siamo ancora capaci di questo. Già capire tale scommessa è un traguardo importante ».
intervista a mons. Piero Coda a cura di Lorenzo Fazzini
Mai Dio senza l'altro. Facendosi coinvolgere nei silenzi e parole dei non credenti. Perchè questa è l'economia della salvezza di Cristo. Piero Coda, presidente dell'Associazione teologica italiana , è «entusiasta» del «cortile dei gentili» quale metafora di quel confronto che l'attuale pontefice chiede con i non credenti.
Quale la dinamica di questo dialogo?
«Quando è condotto senza intenzionalità ideologiche, il dialogo chiede al credente una testimonianza coerente di vita e di intelligenza del Dio fattosi uomo in Gesù Cristo. Il Concilio afferma che c'è bisogno di una purificazione della fede: ciò significa liberarla dalle incrostazioni desuete accumulatesi nei secoli perché brilli oggi nella sua luce sempre attuale ».
Quali le 'incrostazioni' più urgenti da purificare?
«Penso a quanto Giovanni XXIII diceva nell'indire il Concilio, ovvero il concetto di aggiornamento: la sostanza della fede è immutabile, mentre il linguaggio che la esprime va plasmato sintonizzandosi sui segni dei tempi. Viviamo una situazione di epocale transizione culturale. Abbiamo ereditato una forma di chiesa radicata nel tardo Medioevo: la modernità, la società plurale, l'innovazione tecnologica, i movimenti migratori provocano la Chiesa a essere più plastica, affinché vi giochino il loro ruolo attivo tutti gli stati di vita. Urge far spazio a una coscienza cristianamente formata secondo il vangelo e la dottrina cristiana che penetri tutte le realtà antropologiche e sociali. Serve più spazio alla dimensione femminile. C'è bisogno insomma di più profezia come testimonianza della novità evangelica e come espressione di pluralità».
Il dibattito culturale è segnato dai 'nuovi atei'. Da essi vi sono contributi positivi al confronto tra laici e cristiani?
«Mi sembra che l'atteggiamento aggressivo di alcuni autori abbia caratteristiche diverse rispetto all'ateismo di forte convinzione e di fragile ideologia degli anni Sessanta. Tale atteggiamento, a mio parere, nasce da due prospettive: esiste un ritorno ideologico corrosivo, regressivo e non produttivo contro la tradizione cristiana; e c'è un disincanto per cui la testimonianza di Dio offerta dalla Chiesa non intercetta le domande più profonde. Vi è qui una richiesta ai credenti di maggior radicalità non solo esistenziale ma anche culturale. La cultura cristiana è a un punto cruciale: o si rifonda a partire dall'evento di Gesù Cristo morto e risorto, e vivo nella storia, oppure decade ed è emarginata. Il cristianesimo può offrire al mondo una nuovissima fioritura di sé. A un recente dibattito il filosofo della scienza Orlando Franceschelli, parlando della proposta cristiana, diceva: 'Non ci siamo ancora detti il meglio'. Dobbiamo trovare nuovi linguaggi, argomentazioni e concettualizzazioni per i nostri interlocutori: la loro attesa è così profonda che altrimenti resta delusa».
Come riuscire a dire Dio oggi?
«Non si può dire Dio senza l'altro. Non posso parlare di Dio senza che colui al quale mi rivolgo entri a determinare il mio dire. Sono chiamato ad ascoltare il silenzio, la parola e il grido dell'altro. Devo accogliere quel che lui mi dice, anche nella sua critica. Questo atteggiamento ha un fondamento teologico: il Dio di Gesù dice la sua Parola all'uomo al punto da farsi uomo, anzi il grido dell'uomo».
Cosa significa questo nel nostro contesto culturale?
«Ad esempio, non si può dire Dio senza quel che la scienza e le sue scoperte sull'universo ci comunicano. Dire Dio passa sempre attraverso una determinata concezione cosmologica. Dante ci ha parlato di Lui secondo la visione dell'universo del suo tempo. Oggi non siamo ancora capaci di questo. Già capire tale scommessa è un traguardo importante ».
in “Avvenire” del 29 gennaio 2010