Dico subito che non ho mai apprezzato quel cinema che dice di descrivere l'esistente: in generale perché credo che il linguaggio dell'arte (anche quella cinematografica, laddove esiste) dovrebbe rivelare qualcosa che normalmente non vediamo... anche della realtà più dura; in secondo luogo, perché mi pare che si prenda la "cronaca" per quel tanto che serva (spesso sempre gli stessi argomenti, tagli, debolezze, storture...) e le si dia amplificazione. Per questo non apprezzo che Avvenire abbiamo fatto una tale presentazione del film e del regista. Non mi basta che - visto che a lui serve fare un po' il sapientone! - il regista segnali le sofferenze delle separazioni e dei figli, quando lui vive e mangia di quel tipo di vita e di relazioni. E non capisco perché la comunità cristiana non colga le insidie di un modo apparentemente "colto" (solo perché un "cinema" di questo tipo non è proprio come un cine-panettone) di far passare che "tutti" i quarantenni sono così. Sarò toccato sul vivo dall'evocazione di questa età, ma non mi basta che il regista dica che "non tutti sono così": se uno è intelligente e vuole il bene della sua gente, non presenta in 600 sale a migliaia di persone i casi plastificati, ma rilancia alcune linee feconde presenti in questa società e in questa fascia d'età. O magari anche le fatiche di chi non trova lavoro, invece che l'ennesimo, ripetuto e ripetitivo (pur bellissimo che sia) bacio.


don Chisciotte



 


Muccino: «I miei quarantenni fragili e sbandati»

Ricominciare. Il senso di un film si può, talvolta, riassumere in una sola parola. Questo ci sembra sia il senso di Baciami ancora: il film di Gabriele Muccino che (da venerdì in 600 cinema, di cui sette con sottotitoli per non udenti) cercherà di bissare il clamoroso successo de L'ultimo bacio, riprendendo