Quel narcisismo clericale
di Aldo Maria Valli
Si chiude in queste ore l'anno sacerdotale indetto dal papa e giustamente analisi e riflessioni sono dedicate alla figura del sacerdote. Ma lo scandalo pedofilia che paradossalmente (ma un credente può anche dire provvidenzialmente) è scoppiato proprio durante questo anno dovrebbe indurre a ragionare anche e forse soprattutto sui vescovi. È lì, nella classe vescovile, che sotto molti aspetti la Chiesa ha denunciato ritardi, impreparazione, approssimazione, paura: una miscela devastante per la credibilità dell'istituzione. Lo scandalo pedofilia fa da cartina di tornasole di alcuni punti deboli dei vescovi cattolici. Il primo è la tendenza a considerare più importanti gli interessi istituzionali rispetto ai bisogni delle persone (le vittime, i sacerdoti stessi, i fedeli). È un atteggiamento spesso assunto in buona fede, allo scopo di proteggere la Chiesa, ma non si capisce che in questo modo, specie nell'era della comunicazione istantanea, il modello non vale più e ottiene risultati contrari a quelli desiderati. Il secondo punto debole è la difficoltà nel capire la portata degli scandali. Abituati spesso a vivere in un mondo tutto loro, distante dalla gente comune, alcuni pastori letteralmente non percepiscono quanto sia grave per la Chiesa non affrontare, o affrontare in modo inadeguato, comportamenti che per tutti, credenti e non credenti, equivalgono a micidiali controtestimonianze rispetto al messaggio evangelico. Il terzo punto riguarda lo scarso contatto fra vescovi e sacerdoti. Se le due realtà non si parlano, se vivono separate o comunicano solo in modo gerarchico e burocratico, è chiaro che la portata di certi fenomeni sfugge a colui che invece dovrebbe avere il polso della situazione. Un quarto punto riguarda la difficoltà a occuparsi di questioni che toccano la sfera sessuale. I vescovi, che sono spesso uomini anziani, sono cresciuti in un contesto culturale e secondo schemi mentali in base ai quali lo sviluppo sessuale della persona (e conseguentemente le patologie connesse) è questione che non riguarda il pastore e che anzi lo mette a disagio. Di qui la tendenza rimuovere i problemi. Un quinto punto è l'immobilismo che nasce da una certa scuola secondo la quale, di fronte a questioni complicate, la soluzione migliore è non fare niente e aspettare che la bufera passi. Anche questo comportamento nasce da un modo burocratico e formale di concepire il ruolo di pastore: tutto il contrario di quella passione e di quel coinvolgimento che dovrebbe caratterizzare un vero padre. Un sesto punto riguarda la sindrome da accerchiamento e l'incapacità di confrontarsi con i mass media. Non appena uno scandalo viene alla luce, ecco che scatta, come riflesso condizionato, la tendenza ad accusare il mondo di essere contro la Chiesa e i mass media di essere strumenti del male. Il che impedisce un'analisi lucida e provoca quegli atteggiamenti di fastidio e superiorità che allontanano ulteriormente le persone e le comunità dalla Chiesa istituzione. Molti altri sarebbero i punti da prendere in considerazione. Ma una cosa è certa: in questi mesi Benedetto XVI si è dimostrato molto più aperto, coraggioso e lungimirante di numerosi suoi vescovi. Evitando di scagliarsi contro gli strumenti della comunicazione e di lanciare anatemi contro il mondo cattivo, e soprattutto chiedendo a tutti gli uomini di Chiesa di fare une esame di coscienza perché la persecuzione (ha detto proprio così) viene molto più dall'interno che dall'esterno, ha indicato una linea precisa e, se si può dire, molto laica, nel senso che non pecca minimamente di quel clericalismo che è invece la somma dei difetti ai quali abbiamo accennato sopra. Il clericalismo è la vera malattia dei pastori, perché li spinge a comportarsi da funzionari anziché da padri, li fa vivere in un mondo a parte, li allontana dal comune sentire, li abitua a considerarsi superiori e intoccabili, li spinge a mettersi al servizio dell'istituzione più che della verità. È in questo senso che andrebbe affrontato il problema del celibato. Esiste un nesso fra celibato obbligatorio e clericalismo. Il fatto di essere uomini consacrati, che fanno della purezza sessuale uno dei tratti distintivi più importanti se non il più importante in assoluto, può spingere alcuni vescovi e sacerdoti a concepire loro stessi come membri di una casta. Di qui l'idea di essere sostanzialmente intoccabili e di non dover rispondere alle domande e alle obiezioni del mondo, con tutte le degenerazioni che ne derivano. Si è parlato a questo proposito di “narcisismo clericale”, un atteggiamento, più o meno conscio, che può spingere alcuni pastori a idealizzare se stessi e a sganciarsi da un rapporto sano con gli altri. Se poi a questo si aggiunge il clericalismo di alcuni laici, i quali per propria insicurezza spirituale alimentano il mito del sacerdote superuomo, ecco che la miscela si fa esplosiva. Se l'anno sacerdotale consentirà una riflessione anche su questi temi si potrà dire che non è stato soltanto una celebrazione.
di Aldo Maria Valli
Si chiude in queste ore l'anno sacerdotale indetto dal papa e giustamente analisi e riflessioni sono dedicate alla figura del sacerdote. Ma lo scandalo pedofilia che paradossalmente (ma un credente può anche dire provvidenzialmente) è scoppiato proprio durante questo anno dovrebbe indurre a ragionare anche e forse soprattutto sui vescovi. È lì, nella classe vescovile, che sotto molti aspetti la Chiesa ha denunciato ritardi, impreparazione, approssimazione, paura: una miscela devastante per la credibilità dell'istituzione. Lo scandalo pedofilia fa da cartina di tornasole di alcuni punti deboli dei vescovi cattolici. Il primo è la tendenza a considerare più importanti gli interessi istituzionali rispetto ai bisogni delle persone (le vittime, i sacerdoti stessi, i fedeli). È un atteggiamento spesso assunto in buona fede, allo scopo di proteggere la Chiesa, ma non si capisce che in questo modo, specie nell'era della comunicazione istantanea, il modello non vale più e ottiene risultati contrari a quelli desiderati. Il secondo punto debole è la difficoltà nel capire la portata degli scandali. Abituati spesso a vivere in un mondo tutto loro, distante dalla gente comune, alcuni pastori letteralmente non percepiscono quanto sia grave per la Chiesa non affrontare, o affrontare in modo inadeguato, comportamenti che per tutti, credenti e non credenti, equivalgono a micidiali controtestimonianze rispetto al messaggio evangelico. Il terzo punto riguarda lo scarso contatto fra vescovi e sacerdoti. Se le due realtà non si parlano, se vivono separate o comunicano solo in modo gerarchico e burocratico, è chiaro che la portata di certi fenomeni sfugge a colui che invece dovrebbe avere il polso della situazione. Un quarto punto riguarda la difficoltà a occuparsi di questioni che toccano la sfera sessuale. I vescovi, che sono spesso uomini anziani, sono cresciuti in un contesto culturale e secondo schemi mentali in base ai quali lo sviluppo sessuale della persona (e conseguentemente le patologie connesse) è questione che non riguarda il pastore e che anzi lo mette a disagio. Di qui la tendenza rimuovere i problemi. Un quinto punto è l'immobilismo che nasce da una certa scuola secondo la quale, di fronte a questioni complicate, la soluzione migliore è non fare niente e aspettare che la bufera passi. Anche questo comportamento nasce da un modo burocratico e formale di concepire il ruolo di pastore: tutto il contrario di quella passione e di quel coinvolgimento che dovrebbe caratterizzare un vero padre. Un sesto punto riguarda la sindrome da accerchiamento e l'incapacità di confrontarsi con i mass media. Non appena uno scandalo viene alla luce, ecco che scatta, come riflesso condizionato, la tendenza ad accusare il mondo di essere contro la Chiesa e i mass media di essere strumenti del male. Il che impedisce un'analisi lucida e provoca quegli atteggiamenti di fastidio e superiorità che allontanano ulteriormente le persone e le comunità dalla Chiesa istituzione. Molti altri sarebbero i punti da prendere in considerazione. Ma una cosa è certa: in questi mesi Benedetto XVI si è dimostrato molto più aperto, coraggioso e lungimirante di numerosi suoi vescovi. Evitando di scagliarsi contro gli strumenti della comunicazione e di lanciare anatemi contro il mondo cattivo, e soprattutto chiedendo a tutti gli uomini di Chiesa di fare une esame di coscienza perché la persecuzione (ha detto proprio così) viene molto più dall'interno che dall'esterno, ha indicato una linea precisa e, se si può dire, molto laica, nel senso che non pecca minimamente di quel clericalismo che è invece la somma dei difetti ai quali abbiamo accennato sopra. Il clericalismo è la vera malattia dei pastori, perché li spinge a comportarsi da funzionari anziché da padri, li fa vivere in un mondo a parte, li allontana dal comune sentire, li abitua a considerarsi superiori e intoccabili, li spinge a mettersi al servizio dell'istituzione più che della verità. È in questo senso che andrebbe affrontato il problema del celibato. Esiste un nesso fra celibato obbligatorio e clericalismo. Il fatto di essere uomini consacrati, che fanno della purezza sessuale uno dei tratti distintivi più importanti se non il più importante in assoluto, può spingere alcuni vescovi e sacerdoti a concepire loro stessi come membri di una casta. Di qui l'idea di essere sostanzialmente intoccabili e di non dover rispondere alle domande e alle obiezioni del mondo, con tutte le degenerazioni che ne derivano. Si è parlato a questo proposito di “narcisismo clericale”, un atteggiamento, più o meno conscio, che può spingere alcuni pastori a idealizzare se stessi e a sganciarsi da un rapporto sano con gli altri. Se poi a questo si aggiunge il clericalismo di alcuni laici, i quali per propria insicurezza spirituale alimentano il mito del sacerdote superuomo, ecco che la miscela si fa esplosiva. Se l'anno sacerdotale consentirà una riflessione anche su questi temi si potrà dire che non è stato soltanto una celebrazione.
in “Europa” dell'11 giugno 2010