«Io, immobile sull'Appennino guardo la tragedia nazionale della Costituzione rinnegata»
di Toni Jop
Ovvero, dell'immobilità. Francesco Guccini, ringiovanito e addolcito da una cedevole astinenza - fumo e alcol - è come un Buddha d'Occidente. Sta fermo dov'è, a Pavana, sella appenninica, ottocento anime devote, e si muove solo per concerti oppure per Bologna, Via Paolo Fabbri 43, solito indirizzo. Quando la gente, che gli vuole bene - e non sappiamo dire altro che questo stato, semplice e caldissimo - lo avvicina alla fine dei concerti, lui chiede il permesso di non alzarsi in piedi per farsi fotografare come gli vien chiesto con ritmo da giostra a pedali.
Racconta: «Ho un amico a Pavana che legge e compra il Giornale; gentilmente acquista per me, in edicola ogni mattina, L'Unità, mi piace questa nuova, e La Repubblica», così non si muove nemmeno per questa modesta operazione quotidiana alla quale stanno appese le ritualità più confortevoli del popolo dei pensionati. Guccini non è pensionato, lavora ma da fermo, forse lo amano anche per via di questa immobilità così poco trendy e magari neppure zen; la sua non è una scelta serafica, è pura riluttanza infantile, lui che si considera vecchio da quarant'anni a questa parte. (...)
Francesco, come ti sembra questa Italia, vista dalla tua stazione pavanese?
«Mah...si vede poco, sarà colpa delle montagne, però si legge».
Se ne ricaverà qualcosa...
«Sì, soprattutto dalle visioni, televisive. Nei giorni scorsi ho attraversato un incubo: ho visto Gelli, Licio Gelli qualcuno se ne ricorderà, in tv, che più o meno dice tranquillo “io sono un fascista”. Sì, di Pistoia, tra l'altro, qui dietro. Se lo ricordano anche a Pavana, ci passava. Dice che gli piace questo governo, che purtroppo Fini sta deragliando, che si fida solo di Berlusconi. È successo davvero? Se mi confermi che è vero, allora ecco questa è l'Italia che vedo da Pavana».
La smetteranno di sostenere che il paese è spaccato in due per motivi formali, e cioè per il fatto che, banalmente ma disgraziatamente per i cultori dei poteri assoluti, c'è una maggioranza e anche una opposizione...
«Mi pare che oggi sia ben chiaro a tutti, anche a quanti hanno ficcato la testa sottoterra pur di non vedere. Altro che Appennini, l'Italia è spaccata sulla Costituzione, è divisa tra fascismo e antifascismo, e la Costituzione dice da che parte stare se si ama la democrazia, o almeno se si ritiene che al momento non ci siano modi migliori per stare alla larga dagli autoritarismi, dai fascismi. Invece...».
Forse si spiega lo “struzzismo” di chi non vuol vedere: se le cose stanno in questi termini, non abbiamo un “problema”, stiamo tutti dentro una tragedia perché non c'è sutura possibile per una ferita tanto incancrenita...
«Sì, è una tragedia nazionale. Se l'estrema destra può permettersi il lusso di minacciare fisicamente giornalisti e famiglie dei giornalisti, com'è accaduto a Roma, in modo plateale, vuol dire che il contesto glielo permette, li autorizza, fa sì che in fondo sia passabilmente normale rispondere con questa violenza. Berlusconi non ha respinto l'encomio di Gelli, se n'è stato zitto, ha incassato. Del resto, non aveva voluto rispondere a quella semplice richiesta di adesione all'antifascismo che la Costituzione ci esorta ad adottare giusto per trattenere la parte calda e buona della nostra umanità. Una tragedia e non so come andrà a finire...».
Bonjour tristesse. E la crisi, tanto per restare in climi angosciati?
«Sempre da Pavana si vede, ma forse meno che da altre postazioni. Qui siamo in montagna. La gente ha l'orticello, non deve correre tutte le mattine a fare la spesa al negozio. Ma vedo ragazzi, che fino a ieri lavoravano, bighellonare di qui e di là, sono in cassa integrazione. Situazione molto brutta, dura, tempi di sfiducia in troppi campi...».
Bella parola, centrale. “Sfiducia” : governa dalla Borsa in giù o in su, a seconda di come la si guarda...
«Sì. Non è solo una parola, è anche un paio di occhiali deformanti. Ti racconto questa. L'altra sera ero a cena da amici, si parlava proprio di crisi economica e io racconto una vecchia gag: sai quali sono state le cause della Seconda guerra mondiale? Le biciclette e gli ebrei, butto lì. Un amico ci pensa e sbotta: e che c'entrano le biciclette? Hai capito? Le morgane della storia hanno un futuro, questo vuol dire. Così la crisi economica. Se io dico che tutta la colpa è di Prodi, vien fuori che l'ipotesi è plausibile benché sia a tutti gli effetti una baggianata...».
Sfiducia, dicono in tantissimi, nella politica...
«Altro aneddoto conviviale. Un amico mi ha detto: non ne usciamo finché non cambia tutto il quadro politico. Vero o falso? Chissenefrega, e si calcola quanto tempo ci vuole perché questo lavoro di ricambio sia portato a termine. Una ventina d'anni, e a noi che fra vent'anni saremo chissà dove, cosa importa? Lasciamo da parte la politica e i suoi problemi, tranne uno: che il problema della politica siamo noi, noi che abbiamo perso la fiducia in noi stessi. (...)». (25.11.2008)
di Toni Jop
Ovvero, dell'immobilità. Francesco Guccini, ringiovanito e addolcito da una cedevole astinenza - fumo e alcol - è come un Buddha d'Occidente. Sta fermo dov'è, a Pavana, sella appenninica, ottocento anime devote, e si muove solo per concerti oppure per Bologna, Via Paolo Fabbri 43, solito indirizzo. Quando la gente, che gli vuole bene - e non sappiamo dire altro che questo stato, semplice e caldissimo - lo avvicina alla fine dei concerti, lui chiede il permesso di non alzarsi in piedi per farsi fotografare come gli vien chiesto con ritmo da giostra a pedali.
Racconta: «Ho un amico a Pavana che legge e compra il Giornale; gentilmente acquista per me, in edicola ogni mattina, L'Unità, mi piace questa nuova, e La Repubblica», così non si muove nemmeno per questa modesta operazione quotidiana alla quale stanno appese le ritualità più confortevoli del popolo dei pensionati. Guccini non è pensionato, lavora ma da fermo, forse lo amano anche per via di questa immobilità così poco trendy e magari neppure zen; la sua non è una scelta serafica, è pura riluttanza infantile, lui che si considera vecchio da quarant'anni a questa parte. (...)
Francesco, come ti sembra questa Italia, vista dalla tua stazione pavanese?
«Mah...si vede poco, sarà colpa delle montagne, però si legge».
Se ne ricaverà qualcosa...
«Sì, soprattutto dalle visioni, televisive. Nei giorni scorsi ho attraversato un incubo: ho visto Gelli, Licio Gelli qualcuno se ne ricorderà, in tv, che più o meno dice tranquillo “io sono un fascista”. Sì, di Pistoia, tra l'altro, qui dietro. Se lo ricordano anche a Pavana, ci passava. Dice che gli piace questo governo, che purtroppo Fini sta deragliando, che si fida solo di Berlusconi. È successo davvero? Se mi confermi che è vero, allora ecco questa è l'Italia che vedo da Pavana».
La smetteranno di sostenere che il paese è spaccato in due per motivi formali, e cioè per il fatto che, banalmente ma disgraziatamente per i cultori dei poteri assoluti, c'è una maggioranza e anche una opposizione...
«Mi pare che oggi sia ben chiaro a tutti, anche a quanti hanno ficcato la testa sottoterra pur di non vedere. Altro che Appennini, l'Italia è spaccata sulla Costituzione, è divisa tra fascismo e antifascismo, e la Costituzione dice da che parte stare se si ama la democrazia, o almeno se si ritiene che al momento non ci siano modi migliori per stare alla larga dagli autoritarismi, dai fascismi. Invece...».
Forse si spiega lo “struzzismo” di chi non vuol vedere: se le cose stanno in questi termini, non abbiamo un “problema”, stiamo tutti dentro una tragedia perché non c'è sutura possibile per una ferita tanto incancrenita...
«Sì, è una tragedia nazionale. Se l'estrema destra può permettersi il lusso di minacciare fisicamente giornalisti e famiglie dei giornalisti, com'è accaduto a Roma, in modo plateale, vuol dire che il contesto glielo permette, li autorizza, fa sì che in fondo sia passabilmente normale rispondere con questa violenza. Berlusconi non ha respinto l'encomio di Gelli, se n'è stato zitto, ha incassato. Del resto, non aveva voluto rispondere a quella semplice richiesta di adesione all'antifascismo che la Costituzione ci esorta ad adottare giusto per trattenere la parte calda e buona della nostra umanità. Una tragedia e non so come andrà a finire...».
Bonjour tristesse. E la crisi, tanto per restare in climi angosciati?
«Sempre da Pavana si vede, ma forse meno che da altre postazioni. Qui siamo in montagna. La gente ha l'orticello, non deve correre tutte le mattine a fare la spesa al negozio. Ma vedo ragazzi, che fino a ieri lavoravano, bighellonare di qui e di là, sono in cassa integrazione. Situazione molto brutta, dura, tempi di sfiducia in troppi campi...».
Bella parola, centrale. “Sfiducia” : governa dalla Borsa in giù o in su, a seconda di come la si guarda...
«Sì. Non è solo una parola, è anche un paio di occhiali deformanti. Ti racconto questa. L'altra sera ero a cena da amici, si parlava proprio di crisi economica e io racconto una vecchia gag: sai quali sono state le cause della Seconda guerra mondiale? Le biciclette e gli ebrei, butto lì. Un amico ci pensa e sbotta: e che c'entrano le biciclette? Hai capito? Le morgane della storia hanno un futuro, questo vuol dire. Così la crisi economica. Se io dico che tutta la colpa è di Prodi, vien fuori che l'ipotesi è plausibile benché sia a tutti gli effetti una baggianata...».
Sfiducia, dicono in tantissimi, nella politica...
«Altro aneddoto conviviale. Un amico mi ha detto: non ne usciamo finché non cambia tutto il quadro politico. Vero o falso? Chissenefrega, e si calcola quanto tempo ci vuole perché questo lavoro di ricambio sia portato a termine. Una ventina d'anni, e a noi che fra vent'anni saremo chissà dove, cosa importa? Lasciamo da parte la politica e i suoi problemi, tranne uno: che il problema della politica siamo noi, noi che abbiamo perso la fiducia in noi stessi. (...)». (25.11.2008)