Scopri lo straniero che è in te
di Enzo Bianchi
Si farebbe volentieri a meno di ritornare sulle tematiche legate all'accoglienza e agli stranieri se le cronache quotidiane non ci fornissero un continuo stillicidio di tensioni e paure, reazioni abnormi, generalizzazioni di giudizi, proposte di regolamenti escludenti. E a un esame serio e sereno dei problemi e delle opportunità legate all'ospitalità non giova neanche la perdita di memoria storica che un popolo di emigranti come il nostro pare conoscere giorno dopo giorno. In questo senso il contributo dei credenti potrebbe essere più incisivo e stimolante se tornasse a quelle radici ebraico-cristiane che tanto hanno dato e ancora oggi offrono alla cultura e alla società occidentale ed europea in particolare. Ora, chi cercasse di cogliere il messaggio presente nella Bibbia sull'accoglienza dell'altro e sui rapporti da tessere con lui incontrerebbe un dato a prima vista sorprendente: l'altro, lo straniero, per l'Antico Testamento è innanzitutto Israele stesso, il popolo di Dio. Israele è contrassegnato da una stranierità ontologica, che è parte essenziale del suo essere: «Mio padre era un arameo errante», uno straniero, confessa l'ebreo che al tempio si presenta davanti a Dio. Abramo, il grande padre, si è definito lui stesso «straniero e di passaggio»; e quando viene raccontato l'esodo, cioè l'evento da cui nasce Israele, si ha il coraggio di dire che dall'Egitto uscirono i figli di Israele insieme con «una grande massa di gente promiscua» (Es 12,38). Del resto, lo stesso appellativo di 'ibri, «ebreo», che i popoli confinanti davano a Israele e che Israele ha riconosciuto come suo, significa «abitante al di là della frontiera», cioè straniero, barbaro. Ma questa condizione di straniero è sperimentata da Israele soprattutto in Egitto, dove vive una lunga esperienza di schiavitù nei confronti del faraone. Qui Israele si sente non ospitato ma oppresso e angariato; è in tale condizione che si sente chiamato alla libertà, che fa esperienza di essere accolto dal Dio dei Padri, il Dio che sarà confessato come colui che non fa eccezione di persone, che fa giustizia all'orfano e alla vedova, che ama lo straniero, al quale provvede pane e vestito. Dio guarda allo straniero, all'immigrato, all'altro, e per questo guarda a Israele che di fronte a lui non può vantare nessun merito ma solo riconoscere la gratuità dell'amore proveniente da Dio stesso. Così Israele sperimenta di essere accolto, ospitato da Dio, e così diventa il suo popolo, ma non dimenticherà la sua condizione di stranierità, di alterità, di differenza. Anzi, proprio su questa esperienza, su questa condizione vissuta dai padri in Egitto si fonderà l'etica di Israele verso lo straniero, e grazie a essa si giustificherà la sacralità dell'accoglienza dovuta agli stranieri e ai rifugiati. Quante volte infatti risuonano come motivazione dell'accoglienza o perfino dell'amore verso lo straniero le parole: «
di Enzo Bianchi
Si farebbe volentieri a meno di ritornare sulle tematiche legate all'accoglienza e agli stranieri se le cronache quotidiane non ci fornissero un continuo stillicidio di tensioni e paure, reazioni abnormi, generalizzazioni di giudizi, proposte di regolamenti escludenti. E a un esame serio e sereno dei problemi e delle opportunità legate all'ospitalità non giova neanche la perdita di memoria storica che un popolo di emigranti come il nostro pare conoscere giorno dopo giorno. In questo senso il contributo dei credenti potrebbe essere più incisivo e stimolante se tornasse a quelle radici ebraico-cristiane che tanto hanno dato e ancora oggi offrono alla cultura e alla società occidentale ed europea in particolare. Ora, chi cercasse di cogliere il messaggio presente nella Bibbia sull'accoglienza dell'altro e sui rapporti da tessere con lui incontrerebbe un dato a prima vista sorprendente: l'altro, lo straniero, per l'Antico Testamento è innanzitutto Israele stesso, il popolo di Dio. Israele è contrassegnato da una stranierità ontologica, che è parte essenziale del suo essere: «Mio padre era un arameo errante», uno straniero, confessa l'ebreo che al tempio si presenta davanti a Dio. Abramo, il grande padre, si è definito lui stesso «straniero e di passaggio»; e quando viene raccontato l'esodo, cioè l'evento da cui nasce Israele, si ha il coraggio di dire che dall'Egitto uscirono i figli di Israele insieme con «una grande massa di gente promiscua» (Es 12,38). Del resto, lo stesso appellativo di 'ibri, «ebreo», che i popoli confinanti davano a Israele e che Israele ha riconosciuto come suo, significa «abitante al di là della frontiera», cioè straniero, barbaro. Ma questa condizione di straniero è sperimentata da Israele soprattutto in Egitto, dove vive una lunga esperienza di schiavitù nei confronti del faraone. Qui Israele si sente non ospitato ma oppresso e angariato; è in tale condizione che si sente chiamato alla libertà, che fa esperienza di essere accolto dal Dio dei Padri, il Dio che sarà confessato come colui che non fa eccezione di persone, che fa giustizia all'orfano e alla vedova, che ama lo straniero, al quale provvede pane e vestito. Dio guarda allo straniero, all'immigrato, all'altro, e per questo guarda a Israele che di fronte a lui non può vantare nessun merito ma solo riconoscere la gratuità dell'amore proveniente da Dio stesso. Così Israele sperimenta di essere accolto, ospitato da Dio, e così diventa il suo popolo, ma non dimenticherà la sua condizione di stranierità, di alterità, di differenza. Anzi, proprio su questa esperienza, su questa condizione vissuta dai padri in Egitto si fonderà l'etica di Israele verso lo straniero, e grazie a essa si giustificherà la sacralità dell'accoglienza dovuta agli stranieri e ai rifugiati. Quante volte infatti risuonano come motivazione dell'accoglienza o perfino dell'amore verso lo straniero le parole: «