Una chiesa della precarietà, bel segno dei nostri tempi

di Enzo Bianchi

Oggi, e non solo in campo economico e occupazionale, si parla sempre più spesso di «precarietà», termine che etimologicamente contiene il significato di ciò che è ottenuto con la preghiera (prex), dunque frutto della grazia, ma indica ormai e soprattutto ciò che è provvisorio, non garantito per sempre. Tutto ciò che l'uomo ha, in realtà è precario. La stessa condizione umana è precaria, perché mutevole, instabile, fragile: ogni essere umano è sempre destinato a nascere, crescere e poi decadere fino a morire. Dovrebbe sempre meravigliarci il fatto che Dio creò cose precarie, ma, avendole create, «vide che erano buone e belle» (cf. Gen 1,4.10.12.18.21.25). Poche cose sono precarie come un fiore ma chi, siccome il fiore è precario, non sa vederne la bellezza? Noi cristiani purtroppo abbiamo rimosso la precarietà, soprattutto quando pensiamo alla chiesa e alle realtà spirituali da noi intraprese. Ci sentiamo garantiti dalla parola di Gesù: «Non praevalebunt» (Mt 16,18), interpretandola in modo illegittimo. Gesù infatti non toglieva la precarietà alla comunità cristiana, ma assicurava solo che l'inferno non avrebbe avuto l'ultima parola sulla chiesa di Dio. Ma noi sappiamo dalla storia che le comunità cristiane, anche quelle che sembravano grandi, salde, forti, influenti e potenti, a un certo punto si sono mostrate talmente precarie da essere cancellate. Sì, per molti secoli almeno qui in Europa la chiesa, la chiesa cattolica innanzitutto, è sembrata potente e piena di garanzie, ma oggi ecco i cristiani ridotti a minoranza in un mondo indifferente; e in questa chiesa le comunità cristiane, comprese quelle religiose, finiscono sempre più per riconoscersi fragili, deboli, precarie