Lo Spirito Consolatore
di p. Raniero Cantalamessa
Nel Vangelo Gesù parla dello Spirito Santo ai discepoli con il termine di Paraclito che significa ora consolatore, ora difensore, ora le due cose insieme. Nell'Antico Testamento, Dio è il grande consolatore del suo popolo. Questo “Dio della consolazione” (Rom 15, 4), si è “incarnato” in Gesù Cristo che si definisce infatti il primo consolatore o Paraclito (Gv 14, 15). Lo Spirito Santo, essendo colui che continua l'opera di Cristo e che porta a compimento le opere comuni della Trinità, non poteva non definirsi, anche lui, Consolatore, “il Consolatore che rimarrà con voi per sempre”, come lo definisce Gesù. La Chiesa intera, dopo la Pasqua, ha fatto un'esperienza viva e forte dello Spirito come consolatore, difensore, alleato, nelle difficoltà esterne ed interne, nelle persecuzioni, nei processi, nella vita di ogni giorno. Negli Atti leggiamo: “La Chiesa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma della consolazione (paraclesis!) dello Spirito Santo” (At 9, 31).
Dobbiamo ora tirare da ciò una conseguenza pratica per la vita. Bisogna diventare noi stessi dei paracliti! Se è vero che il cristiano deve essere “un altro Cristo”, è altrettanto vero che deve essere un “altro Paraclito”. Lo Spirito Santo non solo ci consola, ma ci rende anche capaci di consolare a nostra volta gli altri. La consolazione vera viene da Dio che è il “Padre di ogni consolazione”. Viene su chi è nell'afflizione; ma non si arresta in lui; il suo scopo ultimo è raggiunto quando chi ha sperimentato la consolazione se ne serve per consolare sua volta, il prossimo, con la consolazione stessa con cui lui è stato consolato da Dio. Non contentandosi, cioè, di ripetere sterili parole di circostanza che lasciano il terreno che trovano (“coraggio, non avvilirti; vedrai che tutto si risolverà per il meglio”!), ma trasmettendo l'autentica “consolazione che viene dalle Scritture”, capace di “tener viva la speranza” (cfr. Rom 15,4). Così si spiegano i miracoli che una semplice parola o un gesto, posti in clima di preghiera, sono capaci di operare accanto al capezzale di un ammalato. È Dio che sta consolando quella persona attraverso di te!
di p. Raniero Cantalamessa
Nel Vangelo Gesù parla dello Spirito Santo ai discepoli con il termine di Paraclito che significa ora consolatore, ora difensore, ora le due cose insieme. Nell'Antico Testamento, Dio è il grande consolatore del suo popolo. Questo “Dio della consolazione” (Rom 15, 4), si è “incarnato” in Gesù Cristo che si definisce infatti il primo consolatore o Paraclito (Gv 14, 15). Lo Spirito Santo, essendo colui che continua l'opera di Cristo e che porta a compimento le opere comuni della Trinità, non poteva non definirsi, anche lui, Consolatore, “il Consolatore che rimarrà con voi per sempre”, come lo definisce Gesù. La Chiesa intera, dopo la Pasqua, ha fatto un'esperienza viva e forte dello Spirito come consolatore, difensore, alleato, nelle difficoltà esterne ed interne, nelle persecuzioni, nei processi, nella vita di ogni giorno. Negli Atti leggiamo: “La Chiesa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma della consolazione (paraclesis!) dello Spirito Santo” (At 9, 31).
Dobbiamo ora tirare da ciò una conseguenza pratica per la vita. Bisogna diventare noi stessi dei paracliti! Se è vero che il cristiano deve essere “un altro Cristo”, è altrettanto vero che deve essere un “altro Paraclito”. Lo Spirito Santo non solo ci consola, ma ci rende anche capaci di consolare a nostra volta gli altri. La consolazione vera viene da Dio che è il “Padre di ogni consolazione”. Viene su chi è nell'afflizione; ma non si arresta in lui; il suo scopo ultimo è raggiunto quando chi ha sperimentato la consolazione se ne serve per consolare sua volta, il prossimo, con la consolazione stessa con cui lui è stato consolato da Dio. Non contentandosi, cioè, di ripetere sterili parole di circostanza che lasciano il terreno che trovano (“coraggio, non avvilirti; vedrai che tutto si risolverà per il meglio”!), ma trasmettendo l'autentica “consolazione che viene dalle Scritture”, capace di “tener viva la speranza” (cfr. Rom 15,4). Così si spiegano i miracoli che una semplice parola o un gesto, posti in clima di preghiera, sono capaci di operare accanto al capezzale di un ammalato. È Dio che sta consolando quella persona attraverso di te!