Milano e la mafia tanti i motivi per ricordare
di don Luigi Ciotti
La Giornata della memoria e dell'impegno nel ricordo delle vittime delle mafie quest'anno fa tappa a Milano. La Milano degli affari e della finanza, cuore economico d'Italia, ma anche città ricca di fermenti culturali e sociali. Una città e una terra dove le espressioni di impegno non sono mai mancate, sostenute da quella concretezza, tenacia e generosità che appartengono al dna di molti lombardi e hanno alimentato testimonianze di coraggio e coscienza civile. Alla mente s'affaccia subito il volto di Giorgio Ambrosoli, che a Milano è vissuto ed è morto, ucciso da un sicario mafioso, nel 1979. Una morte tragica da eroe borghese, come in molti lo ricordano, toccata a chi eroe non si sentiva né ambiva a diventarlo. Più semplicemente, Ambrosoli era un cittadino consapevole delle proprie responsabilità, pronto a spendersi in prima persona a difesa dell'uguaglianza, della giustizia, della democrazia. Come lo erano i vigili del fuoco Carlo Lacatena, Stefano Picerno e Sergio Pasotto e il vigile urbano Alessandro Ferrari, uccisi nella strage mafiosa di via Palestro, il 27 luglio 1993, insieme a Driss Moussafir, cittadino immigrato dal Marocco, venuto in Italia nella speranza di trovare lavoro e dignità. Sono le speranze di vita e di giustizia che hanno animato tutte le vittime innocenti delle mafie, le speranze che indicano la strada di un impegno che deve affiancare il grande lavoro dei magistrati e delle forze di polizia, un impegno al tempo stesso educativo, sociale, culturale. Libera, le oltre 1500 realtà associate ed Avviso pubblico credono nei percorsi dentro e fuori dalla scuola, credono nella crescita della consapevolezza, nella forza degli strumenti culturali: il furto del bene pubblico avviene anche grazie al torpore di coscienze complici, accomodanti o rassegnate. Credono nel lavoro, in quei beni confiscati alle mafie che devono essere restituiti ad uso sociale, trasformati in cooperative agricole, in scuole, in asili nido, in ricoveri per anziani, in spazi pubblici dove la vita venga stimolata, valorizzata, accudita. Ma credono anche nella forza della testimonianza. È quella dei famigliari delle vittime, capaci di trasformare il dolore in impegno, di andare nelle carceri minorili per stimolare i giovani a una presa di coscienza, far crescere in loro la voglia di cambiamento e di riscatto. Milano non manca certo di risorse per accogliere e valorizzare questo fermento. Associazioni, gruppi di volontariato, amministratori onesti, esponenti del mondo della scuola, della cultura, del sindacato. Una Chiesa attenta alla storia delle persone e pronta, per voce del suo Vescovo, a denunciare la deriva dal sociale al «penale», richiamare una sicurezza che sappia coniugare regole e accoglienza. E con lei la voce di altre Chiese, ugualmente impegnate a saldare solidarietà e giustizia, dimensione spirituale e impegno civile. Come non manca, a Milano, la sensibilità inquieta della città aperta alla dimensione internazionale. Saranno numerose, il 20 marzo, le persone che arriveranno da paesi di tutta Europa e dall'America Latina: associazioni, famigliari delle vittime, giornalisti della carta stampata e delle televisioni per costruire «legami di legalità, legami di responsabilità », tema della Giornata. Perché quello delle mafie e dell'illegalità è un fenomeno che si è sviluppato di pari passo alla globalizzazione. Per sconfiggerlo dobbiamo allora imparare una lingua nuova, un «esperanto dei diritti». Una lingua che sappia superare i confini e gli interessi di parte per comunicare e alimentare un sempre maggiore desiderio di giustizia.
di don Luigi Ciotti
La Giornata della memoria e dell'impegno nel ricordo delle vittime delle mafie quest'anno fa tappa a Milano. La Milano degli affari e della finanza, cuore economico d'Italia, ma anche città ricca di fermenti culturali e sociali. Una città e una terra dove le espressioni di impegno non sono mai mancate, sostenute da quella concretezza, tenacia e generosità che appartengono al dna di molti lombardi e hanno alimentato testimonianze di coraggio e coscienza civile. Alla mente s'affaccia subito il volto di Giorgio Ambrosoli, che a Milano è vissuto ed è morto, ucciso da un sicario mafioso, nel 1979. Una morte tragica da eroe borghese, come in molti lo ricordano, toccata a chi eroe non si sentiva né ambiva a diventarlo. Più semplicemente, Ambrosoli era un cittadino consapevole delle proprie responsabilità, pronto a spendersi in prima persona a difesa dell'uguaglianza, della giustizia, della democrazia. Come lo erano i vigili del fuoco Carlo Lacatena, Stefano Picerno e Sergio Pasotto e il vigile urbano Alessandro Ferrari, uccisi nella strage mafiosa di via Palestro, il 27 luglio 1993, insieme a Driss Moussafir, cittadino immigrato dal Marocco, venuto in Italia nella speranza di trovare lavoro e dignità. Sono le speranze di vita e di giustizia che hanno animato tutte le vittime innocenti delle mafie, le speranze che indicano la strada di un impegno che deve affiancare il grande lavoro dei magistrati e delle forze di polizia, un impegno al tempo stesso educativo, sociale, culturale. Libera, le oltre 1500 realtà associate ed Avviso pubblico credono nei percorsi dentro e fuori dalla scuola, credono nella crescita della consapevolezza, nella forza degli strumenti culturali: il furto del bene pubblico avviene anche grazie al torpore di coscienze complici, accomodanti o rassegnate. Credono nel lavoro, in quei beni confiscati alle mafie che devono essere restituiti ad uso sociale, trasformati in cooperative agricole, in scuole, in asili nido, in ricoveri per anziani, in spazi pubblici dove la vita venga stimolata, valorizzata, accudita. Ma credono anche nella forza della testimonianza. È quella dei famigliari delle vittime, capaci di trasformare il dolore in impegno, di andare nelle carceri minorili per stimolare i giovani a una presa di coscienza, far crescere in loro la voglia di cambiamento e di riscatto. Milano non manca certo di risorse per accogliere e valorizzare questo fermento. Associazioni, gruppi di volontariato, amministratori onesti, esponenti del mondo della scuola, della cultura, del sindacato. Una Chiesa attenta alla storia delle persone e pronta, per voce del suo Vescovo, a denunciare la deriva dal sociale al «penale», richiamare una sicurezza che sappia coniugare regole e accoglienza. E con lei la voce di altre Chiese, ugualmente impegnate a saldare solidarietà e giustizia, dimensione spirituale e impegno civile. Come non manca, a Milano, la sensibilità inquieta della città aperta alla dimensione internazionale. Saranno numerose, il 20 marzo, le persone che arriveranno da paesi di tutta Europa e dall'America Latina: associazioni, famigliari delle vittime, giornalisti della carta stampata e delle televisioni per costruire «legami di legalità, legami di responsabilità », tema della Giornata. Perché quello delle mafie e dell'illegalità è un fenomeno che si è sviluppato di pari passo alla globalizzazione. Per sconfiggerlo dobbiamo allora imparare una lingua nuova, un «esperanto dei diritti». Una lingua che sappia superare i confini e gli interessi di parte per comunicare e alimentare un sempre maggiore desiderio di giustizia.
in “l'Unità” del 7 marzo 2010