L'espressione "voce che grida (o di uno che grida) nel deserto" è diventata proverbiale. Indica un uomo che predica qualcosa, ma che la società non accetta, non prende sul serio. La storia ci dimostra che spesso questo è il destino dei grandi pensatori, degli artisti e dei profeti. Nella maggior parte dei casi si dà loro ragione solo in seguito. Nell'epoca in cui vivono, i loro pensieri non vanno d'accordo con i piani e programmi degli altri. Hanno un effetto troppo sgradevole. Certo, tutti i cristiani si trovano in questa condizione. Non possiamo conciliare le esigenze del Vangelo e la morale diffusa dalla stampa profana. C'è un contrasto che è difficile vincere. O ci si riesce in qualche modo? Diamo uno sguardo alla storia. Com'era ai tempi di Giovanni il Battista? La situazione non era disperata come sembrerebbe. Molte persone si recavano nel deserto al seguito del profeta, per ascoltarlo. Dovevano percorrere un bel pezzo di strada, il viaggio implicava di dormire e di mangiare scomodamente, e tuttavia ci andavano. Uscivano dalla loro "società consumista", che li aveva già stancati, per cercare qualcos'altro. E' una testimonianza interessante.
Deserto significa vuoto, ma spesso alle persone sembra che la vita quotidiana sia molto più vuota del deserto. Hanno sì una serie di esperienze, sentono un mucchio di notizie nuove, ma tutto ciò alla fine non dice loro nulla di particolare, che valga l'attenzione. Dopo un po' di tempo giungono alla conclusione che è meglio non prestare attenzione a nulla e vivere nell'indifferenza.
Questo, poi, porta alcune persone a cercare un qualche deserto in cui risuoni una voce completamente diversa. La scontentezza del mondo è allora l'inizio di una fuga dalla vita pubblica nella solitudine. Nella storia conosciamo periodi in cui tentativi come questi si manifestavano come movimenti di massa. Alla fine del quinto secolo un autore egiziano sospirava che le città si svuotavano, mentre il deserto si riempiva di persone. Di eremiti allora ce n'erano migliaia e i monasteri sorgevano da tutte le parti e, malgrado ciò, non riuscivano ad accettare tutti quelli che volevano entrarvi, per insufficienza di posti.
Ma è necessario comprendere questa fuga dal mondo in senso cristiano. Un osservatore profano pensa che le persone entrino in convento per un amore infelice, per un fallimento finanziario, per l'insuccesso in un'impresa, per l'incapacità di contrarre legami normali con le persone. A volte queste circostanze sono davvero occasioni di riflessione, ma di per sé non sono una ragione sufficiente a sentire la vocazione a vivere con Dio nella solitudine. Anzi, il cattivo carattere è un grosso ostacolo alla vocazione religiosa. Chi non riesce ad andare d'accordo con gli altri di solito non trova la pace neanche quando è solo con se stesso.
Deserto significa vuoto, ma spesso alle persone sembra che la vita quotidiana sia molto più vuota del deserto. Hanno sì una serie di esperienze, sentono un mucchio di notizie nuove, ma tutto ciò alla fine non dice loro nulla di particolare, che valga l'attenzione. Dopo un po' di tempo giungono alla conclusione che è meglio non prestare attenzione a nulla e vivere nell'indifferenza.
Questo, poi, porta alcune persone a cercare un qualche deserto in cui risuoni una voce completamente diversa. La scontentezza del mondo è allora l'inizio di una fuga dalla vita pubblica nella solitudine. Nella storia conosciamo periodi in cui tentativi come questi si manifestavano come movimenti di massa. Alla fine del quinto secolo un autore egiziano sospirava che le città si svuotavano, mentre il deserto si riempiva di persone. Di eremiti allora ce n'erano migliaia e i monasteri sorgevano da tutte le parti e, malgrado ciò, non riuscivano ad accettare tutti quelli che volevano entrarvi, per insufficienza di posti.
Ma è necessario comprendere questa fuga dal mondo in senso cristiano. Un osservatore profano pensa che le persone entrino in convento per un amore infelice, per un fallimento finanziario, per l'insuccesso in un'impresa, per l'incapacità di contrarre legami normali con le persone. A volte queste circostanze sono davvero occasioni di riflessione, ma di per sé non sono una ragione sufficiente a sentire la vocazione a vivere con Dio nella solitudine. Anzi, il cattivo carattere è un grosso ostacolo alla vocazione religiosa. Chi non riesce ad andare d'accordo con gli altri di solito non trova la pace neanche quando è solo con se stesso.
p. Tomas Spidlik, Sentire Dio nella brezza del mattino, 159-161