Il dilemma della preghiera
di Emanuele Severino
Alla fine del Vangelo di Marco (16,16-17) Gesù dice: «Chi crederà sarà salvo, chi non crederà sarà condannato». Ma, prima di questa sentenza, il testo racconta come Gesù abbia unito strettamente e sorprendentemente il tema del credere a quello della preghiera. In quanto inseparabile dalla fede, la preghiera sta, dunque, al centro di ciò che più conta: la salvezza eterna. In quel testo Gesù dice: «Abbiate fede in Dio. In verità vi dico che se qualcuno dirà a questa montagna: "Togliti di lì e gettati nel mare" e non avrà alcun dubbio nel suo cuore, ma crederà che quel che dice s'abbia a compiere, questo gli accadrà. Perciò vi dico: tutte le cose che chiederete nella preghiera abbiate fede di ottenerle e le otterrete. E quando vi accingete a pregare, perdonate, se avete qualcosa contro qualcuno, affinché il Padre vostro che è nei cieli perdoni i vostri peccati». Chiedere a Dio qualcosa è pregare. Se si prega Dio di avere da lui qualcosa che egli non vuol dare, non si potrà mai essere esauditi. A Dio si può chiedere, dunque, solo quel che egli vuol dare. Si può volere solo quel che egli vuole. Se Gesù dice che chi crede sarà salvo, egli vuole la salvezza dell'uomo. Quel suo dire è, cioè, un comandare all'uomo di credere. Non lo lascia solo, dunque, a trovare la forza che lo porti a credere. Vuole che creda. E quindi, pregando, l'uomo deve innanzitutto chiedere, senza aver dubbi, di credere e otterrà di essere un credente, cioè salvo. E nemmeno spezza in due il Padre nostro, come se nella prima parte volesse che sia fatta la volontà di Dio, ma nella seconda gli dicesse quel che vuole lui, il pane quotidiano, la liberazione dal male ecc. Infatti, se Gesù gli comanda di chiedere il pane, è perché sa che il Padre vuole che l'uomo abbia il pane. Lo stesso si dica per gli altri doni richiesti. Anche per quello espresso dalle parole: «e perdona a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Infatti nella preghiera autentica l'uomo può chiedere di essere perdonato solo se sa che Dio vuole perdonarlo. La preghiera di Gesù contiene dunque anche l'implicazione, vincolante e compromettente, tra il perdono per i propri debiti, che un uomo chiede a Dio, e il perdono, da parte di quest'uomo, dei debiti che gli altri hanno nei suoi confronti. Perdonami come io perdono, dice quell'uomo. Egli chiede perdono perché sa che Dio vuole perdonarlo. Ma il suo perdonare i debiti che gli altri hanno contratto nei suoi confronti? Non può essere un gesto che riguardi soltanto lui, cioè dove Dio lo lasci solo a compierlo! Tutto questo significa che, quando, nella preghiera di Gesù, l'uomo chiede a Dio di perdonare i propri debiti come egli perdona quelli dei propri debitori, è necessario che l'uomo creda che Dio vuole che egli abbia la forza di perdonarli. Anche il perdono delle offese è, dunque, qualcosa che l'uomo chiede a Dio, sapendo che anche questa sua capacità di perdonare è voluta da Dio e che, quindi, egli la otterrà. L'uomo è salvo solo se ha fede nel Figlio di Dio. Ma la fede è inseparabile dalla volontà che vuole quello che è voluto da Dio e la preghiera è quel mettersi in rapporto con Dio, dove non solo si dice di volere quel che Dio vuole, ma lo si vuole effettivamente, cioè si perdona il prossimo, lo si ama e si fa tutto ciò che Dio prescrive. E, volendo tutto questo, si è convinti di ottenerlo, giacché chi crede di volere quel che è voluto da Dio non può pensare che Dio non sia capace di ottenere quel che vuole. (...)
di Emanuele Severino
Alla fine del Vangelo di Marco (16,16-17) Gesù dice: «Chi crederà sarà salvo, chi non crederà sarà condannato». Ma, prima di questa sentenza, il testo racconta come Gesù abbia unito strettamente e sorprendentemente il tema del credere a quello della preghiera. In quanto inseparabile dalla fede, la preghiera sta, dunque, al centro di ciò che più conta: la salvezza eterna. In quel testo Gesù dice: «Abbiate fede in Dio. In verità vi dico che se qualcuno dirà a questa montagna: "Togliti di lì e gettati nel mare" e non avrà alcun dubbio nel suo cuore, ma crederà che quel che dice s'abbia a compiere, questo gli accadrà. Perciò vi dico: tutte le cose che chiederete nella preghiera abbiate fede di ottenerle e le otterrete. E quando vi accingete a pregare, perdonate, se avete qualcosa contro qualcuno, affinché il Padre vostro che è nei cieli perdoni i vostri peccati». Chiedere a Dio qualcosa è pregare. Se si prega Dio di avere da lui qualcosa che egli non vuol dare, non si potrà mai essere esauditi. A Dio si può chiedere, dunque, solo quel che egli vuol dare. Si può volere solo quel che egli vuole. Se Gesù dice che chi crede sarà salvo, egli vuole la salvezza dell'uomo. Quel suo dire è, cioè, un comandare all'uomo di credere. Non lo lascia solo, dunque, a trovare la forza che lo porti a credere. Vuole che creda. E quindi, pregando, l'uomo deve innanzitutto chiedere, senza aver dubbi, di credere e otterrà di essere un credente, cioè salvo. E nemmeno spezza in due il Padre nostro, come se nella prima parte volesse che sia fatta la volontà di Dio, ma nella seconda gli dicesse quel che vuole lui, il pane quotidiano, la liberazione dal male ecc. Infatti, se Gesù gli comanda di chiedere il pane, è perché sa che il Padre vuole che l'uomo abbia il pane. Lo stesso si dica per gli altri doni richiesti. Anche per quello espresso dalle parole: «e perdona a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Infatti nella preghiera autentica l'uomo può chiedere di essere perdonato solo se sa che Dio vuole perdonarlo. La preghiera di Gesù contiene dunque anche l'implicazione, vincolante e compromettente, tra il perdono per i propri debiti, che un uomo chiede a Dio, e il perdono, da parte di quest'uomo, dei debiti che gli altri hanno nei suoi confronti. Perdonami come io perdono, dice quell'uomo. Egli chiede perdono perché sa che Dio vuole perdonarlo. Ma il suo perdonare i debiti che gli altri hanno contratto nei suoi confronti? Non può essere un gesto che riguardi soltanto lui, cioè dove Dio lo lasci solo a compierlo! Tutto questo significa che, quando, nella preghiera di Gesù, l'uomo chiede a Dio di perdonare i propri debiti come egli perdona quelli dei propri debitori, è necessario che l'uomo creda che Dio vuole che egli abbia la forza di perdonarli. Anche il perdono delle offese è, dunque, qualcosa che l'uomo chiede a Dio, sapendo che anche questa sua capacità di perdonare è voluta da Dio e che, quindi, egli la otterrà. L'uomo è salvo solo se ha fede nel Figlio di Dio. Ma la fede è inseparabile dalla volontà che vuole quello che è voluto da Dio e la preghiera è quel mettersi in rapporto con Dio, dove non solo si dice di volere quel che Dio vuole, ma lo si vuole effettivamente, cioè si perdona il prossimo, lo si ama e si fa tutto ciò che Dio prescrive. E, volendo tutto questo, si è convinti di ottenerlo, giacché chi crede di volere quel che è voluto da Dio non può pensare che Dio non sia capace di ottenere quel che vuole. (...)
in “Corriere della Sera” del 30 settembre 2010