La «società liquida» si riflette anche in questa deriva
Se la politica è solo dei leader, proliferano i partiti non le idee-forza
Ha avuto davvero ragione Zygmunt Bauman a definire «liquida» la società dell'Occidente avanzato. Nessuno attributo, infatti, è più aderente alla realtà per indicare almeno due concetti insieme: la massa e la precarietà delle sue forme. Una condizione che non incoraggia a metter mano a molte iniziative e, tra queste, soprattutto quelle politiche. In teoria. In pratica, invece, avviene il contrario; o almeno così sembra, se è vero che assistiamo senza particolari emozioni, alla nascita, alle aggregazioni e alla scomposizione a getto continuo di partiti e di alleanze. Solo gli esperti, ormai, sono in grado di dire quanti e quali siano i partiti in Italia; e questo groviglio di nomi e di simboli è così intricato che anche i navigatissimi funzionari del ministero dell'Interno, hanno difficoltà a catalogarli senza errori. Per tutto il Novecento i partiti politici sono stati sempre la conseguenza di una più o meno diffusa condivisione di idee e di progetti di sviluppo sociale ad essi preesistente. E proprio questa loro natura, li ha resi riconoscibili e organizzati. Il rischio, come le tragedie del secolo hanno dimostrato, era il contrario di quelli odierni. Oggi i partiti si costituiscono attorno agli interessi di un gruppo (se non di singoli leader) e solo dopo cercano di dotarsi di un apparato programmatico e di idee da proporre all'elettorato; nel secolo scorso, invece, il pericolo, ma si potrebbe dire la tragedia, era la riduzione e la compressione delle idee in sistemi di potere assoluto, in mano a leader-dittatori.
L'uscita dal Novecento, il "secolo breve" come giustamente l'ha definito lo storico Eric J. Hobsbawm, simbolicamente rappresentata dalla caduta del Muro di Berlino, pur cancellando l'obbrobrio del totalitarismo, ha, però, coinvolto nella crisi anche i partiti tradizionali non ideologici. Una sorta di rifiuto generalizzato il quale, a lungo andare, si sta rivelando assai meno liberante di quanto si era immaginato. La nuova politica, insomma, pur di liberarsi dai fantasmi del passato, ha finito per buttare via il bambino insieme all'acqua sporca. E siccome anche in politica vale la legge generale che non vi può essere vuoto che non sia riempito, alla crisi della forma-partito è corrisposta con una simmetria quasi perfetta, la proliferazione di partiti incapaci di produrre liberamente idee e progetti attorno a valori condivisi, e anche indisponibili al confronto democratico tra i propri aderenti, e, dunque, senza organizzazione di base.
Quello che conta
Se la politica è solo dei leader, proliferano i partiti non le idee-forza
Ha avuto davvero ragione Zygmunt Bauman a definire «liquida» la società dell'Occidente avanzato. Nessuno attributo, infatti, è più aderente alla realtà per indicare almeno due concetti insieme: la massa e la precarietà delle sue forme. Una condizione che non incoraggia a metter mano a molte iniziative e, tra queste, soprattutto quelle politiche. In teoria. In pratica, invece, avviene il contrario; o almeno così sembra, se è vero che assistiamo senza particolari emozioni, alla nascita, alle aggregazioni e alla scomposizione a getto continuo di partiti e di alleanze. Solo gli esperti, ormai, sono in grado di dire quanti e quali siano i partiti in Italia; e questo groviglio di nomi e di simboli è così intricato che anche i navigatissimi funzionari del ministero dell'Interno, hanno difficoltà a catalogarli senza errori. Per tutto il Novecento i partiti politici sono stati sempre la conseguenza di una più o meno diffusa condivisione di idee e di progetti di sviluppo sociale ad essi preesistente. E proprio questa loro natura, li ha resi riconoscibili e organizzati. Il rischio, come le tragedie del secolo hanno dimostrato, era il contrario di quelli odierni. Oggi i partiti si costituiscono attorno agli interessi di un gruppo (se non di singoli leader) e solo dopo cercano di dotarsi di un apparato programmatico e di idee da proporre all'elettorato; nel secolo scorso, invece, il pericolo, ma si potrebbe dire la tragedia, era la riduzione e la compressione delle idee in sistemi di potere assoluto, in mano a leader-dittatori.
L'uscita dal Novecento, il "secolo breve" come giustamente l'ha definito lo storico Eric J. Hobsbawm, simbolicamente rappresentata dalla caduta del Muro di Berlino, pur cancellando l'obbrobrio del totalitarismo, ha, però, coinvolto nella crisi anche i partiti tradizionali non ideologici. Una sorta di rifiuto generalizzato il quale, a lungo andare, si sta rivelando assai meno liberante di quanto si era immaginato. La nuova politica, insomma, pur di liberarsi dai fantasmi del passato, ha finito per buttare via il bambino insieme all'acqua sporca. E siccome anche in politica vale la legge generale che non vi può essere vuoto che non sia riempito, alla crisi della forma-partito è corrisposta con una simmetria quasi perfetta, la proliferazione di partiti incapaci di produrre liberamente idee e progetti attorno a valori condivisi, e anche indisponibili al confronto democratico tra i propri aderenti, e, dunque, senza organizzazione di base.
Quello che conta