Cattolici «schiacciati» in Medio Oriente. Un problema per cristiani e Islam
di Andrea Riccardi
Qualche speranza si è accesa sulla strada minata della pace tra israeliani e palestinesi. Contemporaneamente Benedetto XVI sta rafforzando i cattolici in Medio Oriente attraverso un sinodo. Non sono molti, tra i cinque e i sei milioni, poco di più di quelli della diocesi di Milano. Però in ogni Paese arabo, in Turchia, Iran e Israele, ci sono comunità cristiane antiche, depauperate dall'emigrazione, vieppiù minoritarie nella marea musulmana. Un tempo non fu così. C'erano grosse comunità cristiane ed ebraiche nel quadro dell'impero ottomano: un mosaico di fedi ed etnie. Dalle minoranze venivano i mediatori tra Oriente e Occidente. È un universo franato con la Prima guerra mondiale, fra stragi e sotto la pressione nazionalista araba e turca. Nel 1920, grazie alla Francia, nacque il Libano, dove i cristiani erano maggioranza (oggi non più). Dopo la Seconda guerra mondiale sono sorti gli Stati arabi indipendenti e Israele. Lo scenario di convivenza è cambiato. C'è stato un primo terremoto: gli ebrei sono emigrati dai Paesi musulmani in Israele (circa 700.000 di cui 125.000 iracheni, 250.000 marocchini, 60.000 iraniani). Finiscono convivenze di secoli, talvolta di millenni. I musulmani si ritrovano faccia a faccia con l'ultima minoranza non islamica, i cristiani. Questi si schierano con il nazionalismo arabo anche per evitare di essere cittadini di seconda classe. Ma, nei decenni successivi, sono sempre più a disagio con l'islamizzazione. Non è un caso che hanno guardato con qualche attenzione ai regimi laici della Siria e dell'Iraq (ad Assad e allo stesso Saddam Hussein). Nella polarizzazione degli odi, con il fondamentalismo, i cristiani sono schiacciati in tante nicchie. In Libano oggi sono 1.600.000 su 4.200.000, anche se ufficialmente si dice ancora siano la metà degli abitanti. Altrove sono piccole o piccolissime minoranze, eccetto che in Egitto con circa il 10% degli abitanti (i copti) e la Siria con il 5%. Si tratta di comunità con tradizioni differenti, unite a Roma o indipendenti. Non svolgono una missione tra i concittadini, perché considerata proselitismo. Il loro ruolo sociale è ridotto e non serve più la loro mediazione con l'Occidente. È la fine di queste antichissime Chiese? È un problema per il Cristianesimo. Ma lo è pure per un Islam privato dell'unica alterità religiosa. Ormai alcuni musulmani riconoscono il valore della presenza cristiana, come garanzia di pluralismo per evitare un totalitarismo islamico. Forse gli occidentali dovrebbero coglierne meglio il ruolo. I cristiani hanno bisogno di spazio e diritti per non soffocare. Ma è necessario pure che si rianimino. È la sfida del sinodo. Hanno sofferto molto nella storia. Ma debbono maturare una visione del futuro. C'è da operare il riconoscimento dell'Ebraismo nell'orizzonte cristiano, oltre i pregiudizi antisemiti e l'identificazione con la causa araba. Bisogna poi accogliere i cristiani immigrati in Israele (romeni, russi o filippini). Come vecchie Chiese si apriranno ai nuovi venuti? Si deve poi cogliere l'epocale fenomeno della ripopolazione cristiana della penisola arabica, dove ci sono oggi ben 2.500.000 cattolici. Ma in Arabia Saudita è vietato il culto cristiano. La sfida di Benedetto XVI appartiene alla categoria dello spirito: ridar vita e coraggio alle comunità dall'interno. Il rischio è la ghettizzazione o la musealizzazione o forse la scomparsa. I cattolici sono legati agli altri cristiani, tra l'altro rappresentati al sinodo. Attraverso un rinvigorimento interiore, il Cristianesimo orientale può trovare la sua missione. Papa Ratzinger non ha paura di parlare del Cristianesimo come minoranza. Il caso del Medio Oriente è però estremo: minoranze creative o autunno del Cristianesimo? Questa è la sfida, non solo religiosa, ma geopolitica.
di Andrea Riccardi
Qualche speranza si è accesa sulla strada minata della pace tra israeliani e palestinesi. Contemporaneamente Benedetto XVI sta rafforzando i cattolici in Medio Oriente attraverso un sinodo. Non sono molti, tra i cinque e i sei milioni, poco di più di quelli della diocesi di Milano. Però in ogni Paese arabo, in Turchia, Iran e Israele, ci sono comunità cristiane antiche, depauperate dall'emigrazione, vieppiù minoritarie nella marea musulmana. Un tempo non fu così. C'erano grosse comunità cristiane ed ebraiche nel quadro dell'impero ottomano: un mosaico di fedi ed etnie. Dalle minoranze venivano i mediatori tra Oriente e Occidente. È un universo franato con la Prima guerra mondiale, fra stragi e sotto la pressione nazionalista araba e turca. Nel 1920, grazie alla Francia, nacque il Libano, dove i cristiani erano maggioranza (oggi non più). Dopo la Seconda guerra mondiale sono sorti gli Stati arabi indipendenti e Israele. Lo scenario di convivenza è cambiato. C'è stato un primo terremoto: gli ebrei sono emigrati dai Paesi musulmani in Israele (circa 700.000 di cui 125.000 iracheni, 250.000 marocchini, 60.000 iraniani). Finiscono convivenze di secoli, talvolta di millenni. I musulmani si ritrovano faccia a faccia con l'ultima minoranza non islamica, i cristiani. Questi si schierano con il nazionalismo arabo anche per evitare di essere cittadini di seconda classe. Ma, nei decenni successivi, sono sempre più a disagio con l'islamizzazione. Non è un caso che hanno guardato con qualche attenzione ai regimi laici della Siria e dell'Iraq (ad Assad e allo stesso Saddam Hussein). Nella polarizzazione degli odi, con il fondamentalismo, i cristiani sono schiacciati in tante nicchie. In Libano oggi sono 1.600.000 su 4.200.000, anche se ufficialmente si dice ancora siano la metà degli abitanti. Altrove sono piccole o piccolissime minoranze, eccetto che in Egitto con circa il 10% degli abitanti (i copti) e la Siria con il 5%. Si tratta di comunità con tradizioni differenti, unite a Roma o indipendenti. Non svolgono una missione tra i concittadini, perché considerata proselitismo. Il loro ruolo sociale è ridotto e non serve più la loro mediazione con l'Occidente. È la fine di queste antichissime Chiese? È un problema per il Cristianesimo. Ma lo è pure per un Islam privato dell'unica alterità religiosa. Ormai alcuni musulmani riconoscono il valore della presenza cristiana, come garanzia di pluralismo per evitare un totalitarismo islamico. Forse gli occidentali dovrebbero coglierne meglio il ruolo. I cristiani hanno bisogno di spazio e diritti per non soffocare. Ma è necessario pure che si rianimino. È la sfida del sinodo. Hanno sofferto molto nella storia. Ma debbono maturare una visione del futuro. C'è da operare il riconoscimento dell'Ebraismo nell'orizzonte cristiano, oltre i pregiudizi antisemiti e l'identificazione con la causa araba. Bisogna poi accogliere i cristiani immigrati in Israele (romeni, russi o filippini). Come vecchie Chiese si apriranno ai nuovi venuti? Si deve poi cogliere l'epocale fenomeno della ripopolazione cristiana della penisola arabica, dove ci sono oggi ben 2.500.000 cattolici. Ma in Arabia Saudita è vietato il culto cristiano. La sfida di Benedetto XVI appartiene alla categoria dello spirito: ridar vita e coraggio alle comunità dall'interno. Il rischio è la ghettizzazione o la musealizzazione o forse la scomparsa. I cattolici sono legati agli altri cristiani, tra l'altro rappresentati al sinodo. Attraverso un rinvigorimento interiore, il Cristianesimo orientale può trovare la sua missione. Papa Ratzinger non ha paura di parlare del Cristianesimo come minoranza. Il caso del Medio Oriente è però estremo: minoranze creative o autunno del Cristianesimo? Questa è la sfida, non solo religiosa, ma geopolitica.
in “Corriere della Sera” del 16 ottobre 2010