E' questa la tentazione politica! La prima è la tentazione economica, quella del profitto; questa è la seconda, la tentazione politica, quella del potere.
Il problema non è tanto che ci siano dei ricchi e dei poveri, dei paesi ricchi e dei paesi poveri: lo dice il Papa e lo dicono anche tutti i documenti. Il problema è che ci siano dei ricchi che diventano sempre più ricchi a spese dei poveri; che ci siano dei paesi ricchi che si arricchiscono ancora di più a scapito dei paesi poveri: questa è la tragedia! Ecco allora il potere!
Dovremmo chiedere al Signore che nelle nostre comunità, nelle nostre diocesi, nelle nostre chiese ci siano dei vuoti di potere. Ricordo quando sono stato ordinato vescovo. Il giorno dopo l'ingresso in diocesi è venuto da me un sacerdote molto bravo e molto buono per dirmi: «Guardi, eccellenza, lei deve stare molto attento perché questi sono i primi giorni di governo e sono dunque i più difficili: potrebbe crearsi un vuoto di potere!». Io l'ho guardato e gli ho risposto: «Vorrei proprio che si creasse, un vuoto di potere! Non un vuoto di servizio, ma un vuoto di potere, sì».
Amo parlare moltissimo con le persone che incontro: fa parte della «chiesa del grembiule». Quando parliamo di chiesa, parliamo di chiesa della casula, di chiesa che prega, di chiesa della stola. È bellissimo: è una fotografia bella della chiesa. Poi c'è la chiesa del Libro, la chiesa che insegna, che spiega la Parola, che spezza il pane della Parola. Anche questa immagine è bellissima.
Ma la fotografia più bella della chiesa, per me, è la chiesa del grembiule: «Gesù si alzò da tavola, depose la veste, prese un asciugatoio, se lo cinse e si mise a lavare loro i piedi». La chiesa del grembiule non è una fotografia audace, scollacciata della chiesa, che la riduce al ruolo di fantesca. E' la fotografia più evangelica, dunque più bella della chiesa. Noi dovremmo amarla seriamente, e speriamo che quando qualcuno tra voi verrà ordinato vescovo, il cerimoniale sia un pochino ritoccato: oltre che dargli l'anello, la mitra e il pastorale, tra i simboli ci sia pure il catino, la brocca e l'asciugatoio (pp. 40-41).
Dovremmo affermare con più chiarezza l'espressione di Isaia 32,17: «Opus justitiae pax» (la pace è frutto della giustizia). Pace e giustizia vanno insieme. Dovremmo dirlo con più forza questo: non si può più parlare della pace soltanto, dobbiamo parlare della pace e della giustizia insieme, perché sono combinate, passeggiano insieme, da sole non stanno più! Non possiamo dire «pace, pace» se non c'è giustizia sulla terra!
Perché questi concetti non li facciamo rimbalzare nelle nostre catechesi, nelle nostre omelie? Perché ci sembra di uscire addirittura dal contesto ecclesiastico se tocchiamo i punti nodali della giustizia là dove la stessa viene scarnificata, colpita?
Considerate i dati che voi stessi avete indicato sui pannelli della mostra: com'è diviso male il pane nel mondo! Ma intanto stiamo tutti zitti, perché queste cose non ci toccano da vicino! E, una scoperta grandissima fatta nella chiesa negli ultimi dieci anni: la pace si è sposata con la giustizia! E ciò che Dio ha unito, l'uomo non separi! (p. 61).
Schierarsi dalla parte dei poveri non vuol dire rifiutare i primi, significa soltanto partire dagli ultimi per andare verso tutti. «Pauper» (che in latino sta per povero) non si oppone tanto a «dives» (ricco) ma a «potens» (potente). Dobbiamo cioè smetterla di essere uomini di potere. Quando guardate ai parroci, ai sacerdoti, ai vescovi, non considerateli uomini di potere, altrimenti è difficile parlare di pace.
Ecco l'esodo: lasciare le nostre litigiosità corporative per dare anche noi l'immagine e il segno di condivisione, di pace, di conflittualità superata (perché pace non significa abolire i conflitti, bensì fare in modo che le pietre d'inciampo dei conflitti segnino un nuovo cammino diventando pietre di guado, provvidenziali perché ti permettono di passare da una sponda all'altra). La logica che presiede a tante scelte fatte in campo mondiale è quella della sicurezza. Noi facciamo l'assicurazione contro l'incendio, parliamo di scudi spaziali, ma è una mitologia pagana. Il cristiano non è colui che ha le sicurezze in tasca, perché la sua unica sicurezza è Gesù Cristo, morto e risorto. Le altre sono sicurezze della carne, aggrappamenti, non abbandoni. Esodo dalle ricchezze, dunque, dalla religiosità corporativa, dal potere, per assumere il grembiule.
La chiesa del grembiule nasce da Gesù che si alza da tavola, si toglie le vesti e si cinge il grembiule. Noi abbiamo cara, invece, l'immagine della chiesa della casula, della chiesa del Libro, che celebra la liturgia, ma la chiesa del grembiule non è un'immagine molto fortunata: fa bisbigliare le persone. Occorre invece la chiesa che lava i piedi, che serve! Capite che processi innesca questa logica? (p. 70-71)
Il problema non è tanto che ci siano dei ricchi e dei poveri, dei paesi ricchi e dei paesi poveri: lo dice il Papa e lo dicono anche tutti i documenti. Il problema è che ci siano dei ricchi che diventano sempre più ricchi a spese dei poveri; che ci siano dei paesi ricchi che si arricchiscono ancora di più a scapito dei paesi poveri: questa è la tragedia! Ecco allora il potere!
Dovremmo chiedere al Signore che nelle nostre comunità, nelle nostre diocesi, nelle nostre chiese ci siano dei vuoti di potere. Ricordo quando sono stato ordinato vescovo. Il giorno dopo l'ingresso in diocesi è venuto da me un sacerdote molto bravo e molto buono per dirmi: «Guardi, eccellenza, lei deve stare molto attento perché questi sono i primi giorni di governo e sono dunque i più difficili: potrebbe crearsi un vuoto di potere!». Io l'ho guardato e gli ho risposto: «Vorrei proprio che si creasse, un vuoto di potere! Non un vuoto di servizio, ma un vuoto di potere, sì».
Amo parlare moltissimo con le persone che incontro: fa parte della «chiesa del grembiule». Quando parliamo di chiesa, parliamo di chiesa della casula, di chiesa che prega, di chiesa della stola. È bellissimo: è una fotografia bella della chiesa. Poi c'è la chiesa del Libro, la chiesa che insegna, che spiega la Parola, che spezza il pane della Parola. Anche questa immagine è bellissima.
Ma la fotografia più bella della chiesa, per me, è la chiesa del grembiule: «Gesù si alzò da tavola, depose la veste, prese un asciugatoio, se lo cinse e si mise a lavare loro i piedi». La chiesa del grembiule non è una fotografia audace, scollacciata della chiesa, che la riduce al ruolo di fantesca. E' la fotografia più evangelica, dunque più bella della chiesa. Noi dovremmo amarla seriamente, e speriamo che quando qualcuno tra voi verrà ordinato vescovo, il cerimoniale sia un pochino ritoccato: oltre che dargli l'anello, la mitra e il pastorale, tra i simboli ci sia pure il catino, la brocca e l'asciugatoio (pp. 40-41).
Dovremmo affermare con più chiarezza l'espressione di Isaia 32,17: «Opus justitiae pax» (la pace è frutto della giustizia). Pace e giustizia vanno insieme. Dovremmo dirlo con più forza questo: non si può più parlare della pace soltanto, dobbiamo parlare della pace e della giustizia insieme, perché sono combinate, passeggiano insieme, da sole non stanno più! Non possiamo dire «pace, pace» se non c'è giustizia sulla terra!
Perché questi concetti non li facciamo rimbalzare nelle nostre catechesi, nelle nostre omelie? Perché ci sembra di uscire addirittura dal contesto ecclesiastico se tocchiamo i punti nodali della giustizia là dove la stessa viene scarnificata, colpita?
Considerate i dati che voi stessi avete indicato sui pannelli della mostra: com'è diviso male il pane nel mondo! Ma intanto stiamo tutti zitti, perché queste cose non ci toccano da vicino! E, una scoperta grandissima fatta nella chiesa negli ultimi dieci anni: la pace si è sposata con la giustizia! E ciò che Dio ha unito, l'uomo non separi! (p. 61).
Schierarsi dalla parte dei poveri non vuol dire rifiutare i primi, significa soltanto partire dagli ultimi per andare verso tutti. «Pauper» (che in latino sta per povero) non si oppone tanto a «dives» (ricco) ma a «potens» (potente). Dobbiamo cioè smetterla di essere uomini di potere. Quando guardate ai parroci, ai sacerdoti, ai vescovi, non considerateli uomini di potere, altrimenti è difficile parlare di pace.
Ecco l'esodo: lasciare le nostre litigiosità corporative per dare anche noi l'immagine e il segno di condivisione, di pace, di conflittualità superata (perché pace non significa abolire i conflitti, bensì fare in modo che le pietre d'inciampo dei conflitti segnino un nuovo cammino diventando pietre di guado, provvidenziali perché ti permettono di passare da una sponda all'altra). La logica che presiede a tante scelte fatte in campo mondiale è quella della sicurezza. Noi facciamo l'assicurazione contro l'incendio, parliamo di scudi spaziali, ma è una mitologia pagana. Il cristiano non è colui che ha le sicurezze in tasca, perché la sua unica sicurezza è Gesù Cristo, morto e risorto. Le altre sono sicurezze della carne, aggrappamenti, non abbandoni. Esodo dalle ricchezze, dunque, dalla religiosità corporativa, dal potere, per assumere il grembiule.
La chiesa del grembiule nasce da Gesù che si alza da tavola, si toglie le vesti e si cinge il grembiule. Noi abbiamo cara, invece, l'immagine della chiesa della casula, della chiesa del Libro, che celebra la liturgia, ma la chiesa del grembiule non è un'immagine molto fortunata: fa bisbigliare le persone. Occorre invece la chiesa che lava i piedi, che serve! Capite che processi innesca questa logica? (p. 70-71)
mons. Tonino Bello, Pace. Quanto resta della notte?