«Cerchiamo di far sentire la nostra debole voce»

intervista a mons. Fouad Twal, patriarca latino di Gerusalemme, a cura di Frédéric Mounier e Olivier Bonnel

Su quale territorio si esercita la sua missione di patriarca?

La mia diocesi, il Patriarcato latino di Gerusalemme, si stende su quattro paesi: la Giordania, la Palestina, Israele e Cipro. Questa situazione pone molti problemi per il trasferimento dei preti da uno Stato all'altro, da una città all'altra. Inoltre, Gerusalemme conta tre patriarcati: uno armeno, uno greco-ortodosso e uno latino, il che rappresenta in totale tredici riti.

Qual è il suo stato d'animo di fronte alla costruzione di case nelle colonie ebraiche in Cisgiordania?

Fin dall'inizio del mio mandato, ho cercato di essere più vescovo e meno uomo politico, ma sembra che questo aspetto non si possa evitare. Temo che l'ultima parola venga lasciata ai fondamentalisti e incoraggio i leader politici moderati a fare dei gesti coraggiosi per ridare fiducia alla popolazione, che non crede più ai discorsi della classe politica. Ad esempio, certi deputati della Knesset hanno appena chiesto che le guide della città di Gerusalemme siano esclusivamente degli israeliani. Ora, Gerusalemme appartiene a tutti e i luoghi santi devono essere accessibili a tutte le religioni.

L'accesso libero ai luoghi santi è secondo lei la chiave del futuro di Gerusalemme?

Tutta una generazione di giovani cristiani, cresciuti sotto l'occupazione israeliana, non sa dove si trova il Santo Sepolcro. Il parroco di Betlemme non ha il diritto di portare un gruppo di pellegrini a visitarlo. Quei giovani saranno in grado più tardi di formare una famiglia unita e amorosa o sono condannati alla violenza, alla paura e al rifiuto dell'altro? Vorrei, un giorno, conoscere la gioia di vedere i giovani palestinesi giocare con i giovani israeliani, camminare insieme, visitare i luoghi santi insieme. Ma non credo che questo sogno si realizzerà tanto presto.

Lei ha affermato che Gerusalemme è un mistero che bisogna accettare di non comprendere. Che cosa intendeva dire?

Il mistero, è questa città di pace non ha ancora conosciuto la pace completamente. È una città che riunisce i credenti di tre religioni e al contempo li divide. Ebrei, cristiani e musulmani amano talmente Gerusalemme da arrivare ad uccidersi reciprocamente per amore. Noi cristiani siamo una minoranza, ma cerchiamo di far sentire la nostra debole voce. Non abbiamo il diritto di tacere. Abbiamo la speranza di ridare alla Terra santa il suo volto di santità. Gli uomini politici non possono arrivare da soli ad una soluzione, hanno bisogno delle religioni.

Sulla Terra Santa, le Chiese cattoliche potranno esprimersi ad una sola voce?

Per il momento, le Chiese orientali tengono troppo ai loro riti. Il rito è una ricchezza, non è un dogma. Con le altre religioni, è la stessa cosa: intratteniamo un dialogo di vita, di amicizia, che ha più effetto di molte discussioni. Ma il dialogo con gli ebrei è un po' complicato, perché avviene tra occupanti ed occupati: uno opprime, l'altro viene oppresso. Ma anche se la nostra situazione è critica, non cessiamo di credere al dialogo.


in “La Croix” del 25 ottobre 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)