Tre voci per rileggere il Sinodo

di Frédéric Mounier

Ci sono dei segni apparentemente minimi, ma che hanno il loro peso. Ad esempio, durante la celebrazione di chiusura del Sinodo, domenica mattina, l'ordine protocollare di entrata nella basilica di San Pietro è stato modificato: i sette patriarchi d'Oriente sono entrati accanto al papa, separati dal Collegio dei cardinali e dai vescovi. Questa modifica non è sfuggita all'occhio di uno di loro, S.B. Gregorios III, patriarca di Antiochia e di tutto l'Oriente, di Alessandria e di Gerusalemme. A suo avviso, “questa precedenza ha permesso una visibilità maggiore per i capi delle Chiese cattoliche orientali, visibilità importante per i loro fedeli come per il mondo arabo e musulmano in generale”. Così va l'Oriente, attento ai simboli, radicato nella storia tuttavia rivolto al futuro. Lo si sentiva nel dialogo che ha riunito, lunedì mattina, in diretta sulla rete RCF, dagli studi di Radio Vaticano, la parola, rara, del cardinale francese Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, e le voci di Mons. Philippe Brizard, direttore emerito dell'Opera d'Oriente, e del gesuita Samir Khalil, professore universitario libanese, uno degli ispiratori del Sinodo. Incontestabilmente, la libertà religiosa è stata al centro di questa assemblea. “E non solo la libertà di culto, che è il minimo, ha insistito il cardinale Tauran. Tale libertà è rispettata ovunque nel mondo, salvo nell'Arabia Saudita e nella Corea del Nord. Dobbiamo puntare sulla libertà religiosa, che è una libertà sociale. Essa permette di trovare, come credenti, il proprio spazio nella società. Per noi, i luoghi santi sono sia la chiesa che il tempio, la sinagoga o la moschea...” Ma il cardinal Tauran deve ammettere che, nei suoi incontri con il ministro degli affari esteri saudita, si è scontrato, “per il momento”, con un rifiuto, “essendo il suolo dell'Arabia Saudita una moschea”. Ma per lui “siamo condannati al dialogo. E ogni dialogo suppone posizioni diverse. Così ci si può far comprendere e comprendere l'altro, anche se è estremamente difficile”. Ma la situazione in Arabia Saudita conosce un'evoluzione fondamentale, constata padre Khalil, con l'arrivo massiccio e recente di più di due milioni di immigrati cattolici: “Il loro comportamento potrebbe cambiare il volto delle cose. Per la prima volta nella storia, i sauditi possono davvero 'vedere' dei cristiani in un certo numero.” E il cardinal Tauran aggiunge: “Tutta la famiglia cattolica li sostiene.” E racconta: “Ho invitato a cena a casa mia l'ayatollah iraniano sciita Seyyed Mostafa Mohaghegh Damad e il consigliere politico del gran muftì del Libano, Mohammad Sammak, che sono intervenuti al Sinodo: sono stati molto sorpresi dalla libertà di espressione che regnava nell'assemblea! Ho risposto loro che il cristianesimo è proprio la libertà!” E il cardinale, che ha lavorato alla nunziatura libanese durante la guerra, ricorda che le stamperie dei padri paolini, a Jounieh, stampavano dei corani: “Fu un importante contributo cristiano alla cultura!”. Sul punto sensibile dei preti sposati orientali, che il Sinodo auspica che vengano autorizzati da Roma ad esercitare il loro ministero in Occidente, i pareri sono diversi. “Studieremo questa proposta, promette il cardinale Tauran. Ma non dobbiamo pensare che i preti sposati siano 'la' soluzione.” Mentre padre Samir Khalil, anche se non ne vuole fare una “cavallo di battaglia”, ricorda che la Chiesa latina accoglie molti preti anglicani e ucraini sposati: “Questa nuova realtà, in sé è banale. Queste due spiritualità si completano”. Altra domanda formulata da alcuni patriarchi: la loro partecipazione di diritto al conclave. “Non mi arrischierei su questo terreno. Non riesco a vedere come, nel quadro della Chiesa di oggi, si potrebbe avere un collegio dei patriarchi che diventerebbero elettori”, reagisce il cardinale Tauran. Tutti insistono sul ruolo chiave delle istituzioni educative in Oriente. “Dobbiamo inculcare nelle persone che possono prendere delle decisioni, nelle élite, la necessità dei dialoghi interreligiosi e interculturali”, afferma Padre Samir Khalil. Mentre mons. Brizard insiste sulla necessità che i pellegrinaggi non si limitino a visitare la Chiesa latina e Israele: “Sarebbe una disonestà intellettuale non visitare i cristiani palestinesi e le loro Chiese locali!”. A conclusione del Sinodo, il cardinal Tauran insiste: “In Medio Oriente non siamo più dei richiedenti asilo! Questo Sinodo ha permesso ai cristiani d'Oriente di comprendere che Dio li ha piantati lì perché fiorissero. Hanno lì le loro radici, ma la condizione essenziale è la pace”. Precisa poi: “Ho 67 anni. Alla mia età, né un palestinese né un israeliano, che sia ebreo, arabo o musulmano, ha conosciuto un solo giorno di pace nella sua vita. Questo è il vero scandalo, in violazione totale di tutti i diritti umani”. E quando i padri sinodali chiedono la creazione di una “festa dei martiri” comune a tutti i cattolici d'Oriente, non bisogna vedervi, secondo padre Samir Khalil, un ritorno al passato. “Per camminare verso la Resurrezione, non possiamo evitare la croce di Cristo”.


in “La Croix” del 26 ottobre 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)