Testi religiosi, il sequestro
di Alain Bentolilla, linguista
Una religione degna di questo nome deve offrire all'intelligenza di chi vi accede l'immensa quantità dei discorsi pazientemente formulati, dei testi accuratamente trascritti e incessantemente interpretati, incessantemente discussi. È il libero accesso a questa ricchezza intellettuale prodotta collettivamente di epoca in epoca, intimamente mescolata alla storia dei popoli la cui fede non ha annullato l'intelligenza, che costituisce la garanzia di una religione sincera, tollerante e legittima. Quale che sia il nome del dio che essa venera, è ciò che la differenzia definitivamente da una setta. Se la fede si impone al credente come una necessità, una religione invece esige piena lucidità quando si sceglie di aderirvi. Colui che accede ad una religione, qualunque essa sia, deve assumersi l'impegno di andare ad interrogare lui stesso i suoi discorsi e i suoi testi. Occorre che sia capace di fare lo sforzo del senso e così confrontare le proprie interpretazioni con quelle degli altri con convinzione e rispetto. Aderire ad una religione significa penetrare in un'immensa biblioteca che conserva la traccia di ciò che, di generazione in generazione, gli uomini hanno scritto per altri uomini a proposito della parola di Dio. Non vi si entra con gli occhi bendati; bisogna che ognuno vada personalmente a cercare su degli scaffali immensi i testi lasciati da altri in altri tempi. Queste tracce non sono conservate perché noi vi mettiamo servilmente i nostri passi; sono le interpretazioni e le testimonianze di una comunità credente sottoposte alla lettura, offerte alla discussione collettiva. L'adesione religiosa cieca e servile perverte il principio religioso e apre la via ai movimenti integralisti più esecrabili. Profeti autoproclamati sfruttano le debolezze e le paure, le frustrazioni e i risentimenti. Approfittano del timore o dell'incapacità di alcuni ad aprire, grazie alla padronanza della lingua, la porta alla comprensione di discorsi e di testi che restano così preservati da ogni interrogazione. L'insicurezza linguistica di certi gruppi sociali è il migliore alleato di tutti gli integralisti religiosi e dei guru settari. Privati del diritto all'interrogazione, all'analisi e all'interpretazione, quando il verbo va a cercare al di sopra della loro umana condizione delle ragioni per superare la sua persistente assurdità, gli illetterati devono giungere alla conclusione che le parole del sacro siano solo delle parole d'ordine, che le frasi del sacro si trasformino in formule magiche e in segni di riconoscimento pseudo-identitari. Ma a parte coloro che leggono con difficoltà, ben poco numerose sono le persone che oggi si prendono la briga di leggere e di interpretare loro stesse i testi religiosi, ma anche filosofici o letterari. Spesso ci si accontenta di parlare di quello che si è sentito dire di un libro, sacro o profano; raramente si fa lo sforzo di leggere personalmente, di interrogarsi in prima persona sul senso che ha voluto trasmetterci e che noi abbiamo il diritto di interpretare. La nostra società ha preso la pessima abitudine di delegare suoi poteri di comprensione, così come ha accettato per pigrizia di delegare i suoi poteri di decisione sociali e politici. Tutti hanno perso la fiducia nel potere della propria intelligenza singolare e nella qualità della propria capacità di analisi. Sul piano religioso, ciò si traduce in comportamenti di sottomissione comunitaria, in forme di proselitismo sempre più insidiose ed in un insopportabile utilizzo del sacro a fini di lucro. Un tavolo, qualche sedia. Tre fronti chine su uno stesso libro, sacro o profano che sia. Di tanto in tanto, una testa si solleva, una bocca si apre e dice la sua intima convinzione, la sua intima interpretazione. Discussa, soppesata, confrontata al testo presente, ma anche illuminata dalla memoria di tutti gli altri testi, questa proposta prende il suo posto nella costruzione collettiva e serena del senso che, di epoca in epoca, di testo in testo, ci prolunga e ci unisce. Non ne è escluso nessuno di coloro che accettano la regola della trasmissione, che è: né servilismo né tradimento.
in “La Croix” del 27 ottobre 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)