La preghiera di Gesù contempla due cose fondamentali: l'esclamazione «Padre», che è l'atteggiamento di totale fiducia in colui che lo ama come Figlio, e l'espressione di desideri profondi e vitali: «se vuoi, allontana da me questo calice», «non la mia, ma la tua volontà». Gesù lascia emergere in sé due desideri oggettivamente contrastanti, due realtà conflittuali di cui non ha paura perché nella sua preghiera si unificano nella domanda «si compia la tua volontà».

Pregare nel momento della prova vuol dire lasciar emergere l'angoscia, la paura, il timore di ciò che ci sta di fronte e che è opposto al desiderio che abbiamo di essere disponibili, di deciderci, di affrontare la realtà. Nella preghiera, questa divisione che è in noi si unifica, disponendoci alla lotta e alla decisione coraggiosa. Ciò che in noi è tumultuosamente conflittuale e perciò ci impedisce di agire, di muoverci, ci paralizza nella paura, ci porta a dilazionare nel tempo le decisioni, ad accampare scuse senza limiti; tutto questo conflitto interiore, se messo a fuoco nella preghiera, ci unifica e ci permette di riprendere in mano la nostra capacità di deciderci e di dire: «sia fatta la tua volontà», «si compia in me ciò a cui sono chiamato».

Il testo ci dice inoltre che la preghiera di abbandono e di unificazione di Gesù è espressa in uno stato di angoscia e di agonia. Viene alla mente la parola di Pascal: «Gesù è in agonia fino alla fine del mondo, nella sua Chiesa, negli uomini». Possiamo quindi unirci all'agonia, all'angoscia e allo sconforto di tutti gli uomini che nel mondo, vicino o lontano da noi, soffrono e sono sottoposti alla prova. Gesù nella sua prova vince la prova per noi fino alla fine del mondo; nella sua angoscia è vinta la nostra. La paura di deciderci, di buttarci, di perdere la vita per i fratelli, è vinta dalla sua preghiera nell'agonia. Gesù ha voluto manifestare la sua angoscia per esserci vicino fino in fondo. Non ha temuto che apparissero la sua debolezza e la sua fragilità per insegnarci a non avere paura della nostra; a non avere paura neanche che essa si manifesti e sia conosciuta, perché in questa nostra fragilità opera la potenza di Dio.

Carlo Maria Martini, Qualcosa di così personale, 48-49