La Vergine col bambino, ambasciatrice del dialogo interreligioso
di Hendro Munsterman
Quest'anno, il 15 agosto cade a metà del ramadan. Tradizionalmente, due settimane prima di questa festa cristiana che celebra l'Assunzione della Vergine Maria, i copti d'Egitto digiunano. Capita che ai fedeli cristiani si uniscano dei giovani musulmani. Perché Maria, che ha un ruolo importante nella Bibbia e nel cristianesimo, è altrettanto importante nel Corano e nell'islam. È proprio per questa ragione che nel 2010, il Libano aveva decretato che il 25 marzo, festa dell'Annunciazione, fosse giorno festivo per celebrare il legame tra le due religioni. Per i cristiani, la presenza di Maria (Miryam) nel testo coranico è spesso una sorpresa. Vi si trovano dei paralleli più o meno diretti con il testo biblico, l'Annunciazione, ad esempio. Ma vi si trovano anche delle informazioni non-bibliche. Sono informazioni che possono essere ispirate dai vangeli apocrifi (Proto-vangelo di Giacomo, Pseudo-Matteo, ecc.) e, soprattutto, da discussioni tra ebrei e cristiani dell'epoca, o tra diverse sette cristiane (nestoriani, monofisiti, giacobini, ecc.). Le somiglianze sono a volte sorprendenti: nel Corano, Miryam è lodata come “pura”, ed è chiamata “colei che è rimasta vergine”, “colei che è rimasta fedele a Dio”, “la madre verginale di Isa”. Ma vi si trovano anche delle differenze come il bel racconto della nascita miracolosa di suo figlio Isa (Gesù). Infatti, nella sura 19 che porta il nome di “Sura Miryam” la nascita ha luogo sotto una palma mentre Miryam è sola. Giuseppe non appare nel racconto; mentre i testi biblici gli danno un posto, anche se molto discreto, nel Corano non è citato, dando l'impressione che si tratti di una famiglia mono-parentale. La differenza maggiore tra Miryam e Maria è legata a quella tra Isa e Gesù. Nella Bibbia, come nella teologia cristiana, tutto ciò che i cristiani affermano a proposito di Maria ha una ragione e una funzione cristologica. È Gesù di Nazareth, confessato come Cristo e Figlio di Dio, che è al centro dell'attenzione. La Bibbia parla quindi spesso della “madre di Gesù” o di “sua madre”: Maria è presentata attraverso suo figlio. Nel Corano, le cose non possono essere così: Isa è un profeta, certo, anche molto grande, ma non “Figlio di Dio”, “Verbo fatto carne”, “Messia”. Miryam quindi non è “la madre del mio Signore” come la chiama Elisabetta nel vangelo secondo Luca. Ha un'identità più autonoma rispetto a suo figlio; il Corano non la chiama “la madre di Isa”, ma al contrario, per 22 volte, Isa viene chiamato “il figlio di Maria”. Una sorta di femminismo ante litteram, dato che sappiamo che allora c'era l'abitudine di definire l'identità di un ragazzo a partire dal padre. Ci si può anche stupire di una doppia sproporzione nel parallelo: mentre il Corano dà molte più informazioni della Bibbia sulla vita di Maria, la venerazione della madre di Isa è rimasta molto più discreta del culto mariano sviluppato nel cristianesimo. Per i musulmani, Miryam è certo vergine e madre, ma soprattutto è aya, segno di Allah, una parola utilizzata nella tradizione dell'islam per designare le meraviglie della creazione. Considerate come segni che invitano a credere, tali meraviglie non sono di solito degli esseri umani. Salvo Miryam che, sottomettendosi alla volontà di Dio, è diventata un esempio per tutti i musulmani. Dal tempo degli hadith, esiste un dibattito all'interno dell'islam su Miryam: è la più perfetta musulmana tra le donne? Si trova in concorrenza con la figlia del profeta Maometto, Fatima, che del resto ha dato il suo nome alla cittadina del Portogallo conosciuta per essere uno dei santuari mariani cattolici più visitati dopo gli avvenimenti del 1917. Alla fine, Fatima è la più venerata nell'islam: viene chiamata “madre dei dolori”, “la pura”, “Donna del popolo del cielo” e anche “La Maria più grande” - titoli che hanno delle risonanze con quelli che i cattolici dedicano a Maria. Cristiani e musulmani vedono quindi in Maria un esempio femminile di fede, così come per entrambe le tradizioni Abramo è un esempio di fede al maschile. Ma per i cristiani, essa è più di questo: la sua partecipazione all'incarnazione ha trovato la sua espressione teologica nel titolo di theotòkos, “colei che ha generato Dio” (mal tradotto in occidente con “Madre di Dio”). Questo evento essenziale delle fede cristiana costituisce senza dubbio la ragione dell'importanza maggiore della venerazione di Maria nel cristianesimo rispetto a quella nell'islam. C'è un altro parallelo tra le due tradizioni riguardanti Maria. A lungo, e troppo spesso ancora, cristiani e musulmani hanno (volontariamente) ignorato un elemento chiave dell'identità di Miryam/Maria: il fatto che era ebrea! È vero che nell'antica letteratura rabbinica si trovano alcuni rari passi più o meno diffamatori su Maria (“questa donna si è allontanata da suo marito”), senza dubbio nutriti dalle polemiche ebraico-cristiane. Più recentemente, alcuni pensatori ebrei hanno cercato di dare un posto a Maria/Miryam. Ad esempio, David Flusser vede nella Mater dolorosa la rappresentante di tutte le donne ebree che hanno dovuto vedere i loro figli soffrire e morire durante le persecuzioni. Oggi, Miryam/Maria è un ponte tra cristiani e musulmani, e noi non possiamo più ignorare che prima di “appartenerci”, il suo posto era in seno al popolo ebraico a cui Dio si è rivelato per primo.
in “www.temoignagechretien.fr” dell'11 agosto 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)
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