La parabola non funziona più!
di Jacques Noyer
In tutte le chiese del mondo, poco tempo fa, abbiamo riletto la parabola evangelica che chiamiamola “parabola dei talenti”. È una delle parabole più conosciute. Far fruttare i nostri talenti, cioè le ricchezze che sono tra le nostre mani, appare come un dovere morale per tutti. Però non possiamo rileggere questa storia senza un profondo disagio. Un uomo parte in viaggio e affida la sua ricchezza ai suoi servi: cinque talenti ad uno, due all'altro ed uno all'ultimo. Quando torna, si complimenta con coloro che hanno raddoppiato il loro capitale e respinge colui che, preso da paura, si è limitato a conservare intatto il talento ricevuto. Il capitalismo classico ha potuto, in questo esempio, trovare la sua giustificazione. L' “arricchitevi!” di Guizot sembra evangelico. La disparità delle ricchezze sembra normale. Il fatto che il denaro produca denaro, un'evidenza. Il ruolo della banca, una banalità. La rivalità e il ciascuno per sé, una regola. E che il più povero sia sempre il vinto, una conclusione accettata. La bolla finanziaria non poteva chiedere di più. Altre parabole hanno raccontato delle storie ignobili. Ad esempio, quella dell'amministratore che imbroglia nei conti per farsi degli amici. Si può immaginare lo scandalo degli uditori che obbliga Gesù a precisare: e il padrone lodò l'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce (Lc 16, 8). È possibile che gli uditori abbiano ricevuto allo stesso modo la parabola dei talenti: in quel popolo di poveri, gli usurai non erano affatto stimati. La cupidigia dei pubblicani e dei sacerdoti era disprezzata. Unità monetarie importanti come i talenti non appartenevano al loro mondo in cui un denaro si guadagnava con una giornata di lavoro. Quella storia era, ai loro occhi, scandalosa, degna di colui che annunciava che le prostitute e i pubblicani sarebbero entrati per primi nel Regno. Oggi invece ci vediamo un modo normale e quindi morale di fare. Se appare legittima, questa storia non è più una parabola. Non suscita più quell'indignazione che dovrebbe interrogare il profeta. Non si prova nemmeno il bisogno di trovarle un senso nascosto. Noi dovremmo mettere per i beni del Regno altrettanta energia quanto i figli delle tenebre mettono per guadagnare denaro. Noi chiediamo come grazia la pace, la gioia, la giustizia, il perdono e la vita: ognuno al nostro posto possiamo esserne gli artigiani. Per questo, bisogna osare di rischiare la propria vita nelle lotte degli uomini. In verità, oggi, la parabola dovrebbe essere raccontata diversamente: Tu mi avevi dato cinque talenti, io li ho messi nella banca Lehman Brothers e mi sono rimasti solo gli occhi per piangere! Tu mi avevi dato due talenti... ma io avevo già talmente tanti debiti che non ho più niente da renderti! Tu mi avevi dato un talento... ma la vita è dura e i miei vicini non avevano più di che vivere, abbiamo condiviso! E il re direbbe loro: entrate nella gioia del vostro padrone, servi con le mani vuote. Questi tempi di crisi, sono i tempi della solidarietà! Ma sarebbe un'altra parabola.
in “www.temoignagechretien.fr” del 27 novembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)
Una provocazione, poco esegetica ma interessante
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